
Buen Camino di Checco Zalone è una commedia che fa ridere di pancia, ma che sotto la superficie leggera nasconde una critica lucida e tagliente. Tra gag, smorfie e battute volutamente sguaiate, il film riesce a parlare di temi molto più seri di quanto sembri.
È uno specchio impietoso della società contemporanea. E ci sono almeno tre aspetti che, secondo me, dimostrano perché Zalone sia un autore a tutto tondo.
1. Lo scontro tra generazioni
Il film racconta una verità scomoda: quella di una generazione di padri che ha costruito ricchezza con sacrifici enormi, partendo dal nulla. Dall’altra parte ci sono figli cresciuti nel benessere, che non hanno mai conosciuto quella fatica e che oggi vivono un lusso diventato normale, svuotato di significato. Il valore delle cose si perde e resta solo l’esibizione.
2. Il rapporto genitori-figli trasformato in transazione
Zalone affonda il colpo anche nelle dinamiche familiari. Il legame affettivo viene spesso sostituito dal denaro: l’assenza si compensa con i soldi, l’ascolto con l’ennesimo regalo costoso. Il film mostra genitori che preferiscono pagare piuttosto che mettersi davvero in relazione.
3. Il dolore come punto di svolta
La vera trasformazione arriva quando entra in scena la sofferenza. È solo attraverso il disagio e la perdita delle comodità che i personaggi iniziano a vedersi per quello che sono. Il cammino diventa simbolo: una vita basata solo sul possesso è vuota. Spogliarsi del superfluo permette di riscoprire l’umanità e il contatto autentico con gli altri.
Alla fine, l’arrivo a Santiago di Compostela non è tanto una meta fisica quanto un approdo interiore. Il cambiamento avviene lentamente, passo dopo passo, ed è prima di tutto personale. Perché quando cambi tu, cambia anche il modo in cui guardi il mondo. E scopri che quello che credevi l’unico possibile era solo uno dei tanti — e forse nemmeno il migliore.