
C’è una cosa che andrebbe chiarita una volta per tutte: quando un film incassa 14 milioni di euro in due giorni, supera Avatar, riempie le sale a Natale e trascina famiglie, coppie, ragazzi e anziani davanti a uno schermo, non siamo più nel campo delle opinioni ma in quello dei fatti. “Buen Camino” di Checco Zalone non è un esperimento, non è un azzardo, non è un equivoco: è cinema che funziona, cinema che la gente sceglie, cinema che mantiene viva l’industria mentre altri parlano. Eppure c’è chi lo giudica male senza averlo visto, con la solita superiorità di facciata, come se il valore di un film si misurasse solo con la noia che riesce a provocare o con il numero di citazioni colte infilate nei dialoghi. Zalone fa una cosa molto più difficile e molto più onesta: prende il pubblico per mano e gli regala un’ora e mezza di leggerezza, risate, disconnessione totale da una realtà che oggi è già abbastanza pesante di suo. Questo non è cinema minore, è cinema popolare, ed è esattamente quello che hanno fatto Chaplin, Totò, Sordi, Verdone, Benigni: far ridere milioni di persone senza chiedere scusa a nessuno. Dire che “non è cinema vero” significa non aver capito cos’è il cinema, che nasce come intrattenimento collettivo, come rito, come sala piena che reagisce insieme, ride insieme, esce più leggera di come è entrata. Chi critica “Buen Camino” senza averlo visto non sta facendo critica cinematografica, sta facendo posa, pregiudizio, snobismo culturale. Il pubblico invece ha capito benissimo: ha pagato il biglietto, ha riempito le sale, ha decretato il successo. E nel cinema, piaccia o no, quando la sala è piena e la gente si diverte, il film ha già vinto. Tutto il resto è solo rumore