
Tra la primavera e l’estate del 1948, la guerra in Palestina seguì una dinamica che combinò operazioni militari convenzionali e pulizia etnica della popolazione civile. Sin dalle prime fasi, le forze sioniste (Haganah, Palmach e anche milizie irregolari come l’Irgun e la Banda Stern) misero in atto una strategia di “offesa aggressiva” e terrore psicologico verso i centri arabi. Nel mese di aprile 1948, in particolare, una serie di operazioni (come Nahshon nel corridoio Gerusalemme-Tel Aviv) rovesciarono le sorti del conflitto a favore degli ebrei, passando da una fase difensiva a una franca offensiva generale. L’ordine era di conquistare posizioni strategiche e “ripulirle” dagli abitanti arabi. È in questo contesto che si inseriscono alcuni degli episodi più truci e sanguinosi della Nakba, entrati tragicamente nella memoria storica.
Uno di essi è il massacro di Deir Yassin, un villaggio palestinese alle porte di Gerusalemme, accaduto il 9 aprile 1948. Deir Yassin era un piccolo paese che aveva persino firmato un patto di non aggressione con le vicine forze ebraiche. Ciò nonostante, rientrava nell’area che il Piano Dalet designava per la “pulizia” etnica, e venne dunque condannato alla distruzione. Alle prime luci del 9 aprile, unità armate dell’Irgun e della Banda Stern – due milizie sioniste estremiste – attaccarono il villaggio circondandolo. Secondo il racconto dello storico Ilan Pappé, “i soldati ebrei irruppero nel villaggio e crivellarono di colpi le case, uccidendo molti degli abitanti”. Quelli che sopravvissero all’assalto iniziale furono radunati e “assassinati a sangue freddo”, con i cadaveri poi mutilati, e “molte donne vennero violentate prima di essere uccise”. Una testimonianza agghiacciante è quella di Fahim Zaydan, un ragazzo di 12 anni all’epoca, che vide sterminare la sua famiglia davanti ai suoi occhi: “Ci fecero uscire uno a uno; spararono a un vecchio e quando una delle sue figlie si mise a piangere, uccisero anche lei. Poi chiamarono mio fratello Muhammad e gli spararono di fronte a noi, e quando mia madre urlò, chinandosi su di lui con in braccio la mia sorellina Hudra ancora allattata al seno, uccisero anche lei”. Fahim stesso fu ferito dai proiettili mentre i miliziani allineavano i bambini contro un muro e li “falciavano solo per divertimento”, ma fortunatamente sopravvisse sotto i corpi degli amichetti.
Le dimensioni esatte della strage di Deir Yassin furono a lungo oggetto di polemica. La propaganda sionista dell’epoca vantò un numero esagerato di vittime (254 morti) – nel tentativo deliberato di seminare il terrore tra gli arabi palestinesi. Studi successivi ridussero il bilancio, fissandolo a 93 morti accertati, comunque un massacro spaventoso. Pappé sottolinea che tra gli uccisi vi furono “circa trenta neonati”, a dimostrazione del fatto che “la distinzione tra ‘colpiti in battaglia’ e massacrati civili inermi era assai labile” nella mentalità dei combattenti ebrei, che consideravano ogni villaggio arabo come una base nemica. Al di là delle cifre, l’impatto psicologico fu enorme. Deir Yassin divenne l’“epicentro della catastrofe”: le autorità sioniste stesse diffusero la notizia del massacro per “avvertire tutti i palestinesi che una sorte simile li attendeva se non abbandonavano subito le loro case”. La strategia funzionò. Quando pochi giorni dopo la popolazione araba di Haifa e di altre città seppe dell’eccidio, il panico dilagò. “Appena le notizie di Deir Yassin – e del massacro compiuto tre giorni dopo nel vicino villaggio di Khirbet Nasr al-Din – raggiunsero la numerosa popolazione palestinese [di Tiberiade], molti fuggirono” racconta Pappé. Anche il rimbombo dell’artiglieria ebraica, i bombardamenti indiscriminati e persino trovate di guerra psicologica (come altoparlanti che diffondevano rumori spaventosi) terrorizzarono la gente. Nel giro di una settimana, città miste come Tiberiade e Haifa, dove arabi ed ebrei avevano convissuto per anni, collassarono: decine di migliaia di arabi scapparono verso il porto o le colline, spesso senza che vi fosse stato un ordine diretto di sgombero, ma in preda al panico e convinti che arrendersi significasse andare incontro a un altro Deir Yassin. Gli ufficiali britannici presenti in Palestina osservarono spesso impassibili queste scene, talvolta persino incoraggiando l’evacuazione delle città arabe per “evitare spargimenti di sangue”, di fatto facilitando il piano sionista di ripulire le zone strategiche.
Un altro capitolo cruciale (e cruento) della Nakba fu la conquista delle città arabe di Lydda (Lod) e Ramle, nel cuore della Palestina centrale, a luglio 1948. Queste due cittadine, popolate complessivamente da oltre 50.000 arabi e presidiate solo da deboli forze locali, costituivano un ostacolo all’unificazione del territorio israeliano tra Tel Aviv e Gerusalemme. Il primo ministro David Ben-Gurion le considerava “due spine nel fianco” di Israele, “pericolose sotto ogni aspetto”, al punto da annotare ossessivamente nel suo diario che “dovevano essere distrutte”. L’operazione militare lanciata a metà luglio (nome in codice “Danny”) ebbe dunque un duplice scopo: annientare la resistenza araba a Lydda-Ramle e provocare l’esodo forzato della popolazione. All’alba del 10 luglio 1948, poderose unità dell’IDF – tra cui le brigate Yiftah e Harel del Palmach, supportate da artiglieria – accerchiarono Lydda e Ramle. I legionari transgiordani, che avrebbero dovuto difendere la zona, si erano in gran parte ritirati; in città restavano solo milizie improvvisate di abitanti e qualche volontario arabo. La mattina dell’11 luglio, dopo intensi combattimenti periferici, le truppe israeliane penetrarono dentro Lydda: una colonna corazzata guidata dal giovane colonnello Moshe Dayan attraversò la città a tutta velocità aprendo il fuoco su chiunque vedesse per strada. Un soldato israeliano, soprannominato “Gideon”, ricordò in seguito quella incursione di 47 minuti così: “[Il mio] jeep fece la curva ed ecco sulla soglia di una casa di fronte una ragazza araba che urla, gli occhi pieni di terrore. È tutta lacera e coperta di sangue… Intorno a lei a terra giacciono i cadaveri della sua famiglia… Ho aperto il fuoco contro di lei? … Ma perché porsi queste domande, siamo in mezzo alla battaglia, nel pieno della conquista della città. Il nemico è ad ogni angolo. Tutti sono nemici. Uccidi! Distruggi! Massacra! Altrimenti sarai tu a essere ucciso e non conquisterai la città.”. Questa furia omicida, come traspare dalle parole deliranti del miliziano, portò i soldati a sparare su chiunque, inclusi civili inermi. Dozzine di abitanti di Lydda caddero sotto i colpi quella mattina.
Il giorno seguente, 12 luglio, Lydda sembrava ormai caduta senza ulteriore resistenza, e a Ramle le autorità cittadine negoziavano la resa. Ma verso mezzogiorno successe l’imprevisto: una colonna di autoblindo giordane penetrò all’interno di Lydda (forse in ricognizione) e aprì il fuoco, cogliendo di sorpresa i soldati israeliani che credevano la città già pacificata. Ne seguì uno scontro a fuoco caotico; alcuni civili di Lydda, vedendo i blindati arabi, imbracciarono le armi e spararono dalle finestre. Gli occupanti israeliani reagirono in modo indiscriminato e spietato: in preda al panico, “spararono a qualsiasi cosa si muovesse, lanciarono granate nelle case e massacrarono i prigionieri palestinesi radunati nel cortile di una moschea”. In poche ore, furono uccisi “circa 250 abitanti” di Lydda (tra uomini, donne e bambini), come ammise poi lo stesso rapporto ufficiale dell’IDF. Fu un vero eccidio, passato alla storia come la strage della moschea di Dahmash. A quel punto Ben-Gurion, informato dei fatti, diede luce verde al piano premeditato: espellere in massa tutta la popolazione civile di Lydda e Ramle. “I loro abitanti devono essere espulsi rapidamente, senza riguardo all’età”, recitava l’ordine diramato dal capo operativo Yitzhak Rabin, specificando di “dirigerli verso Beit Nabala” (un villaggio sulla via per la Cisgiordania). Un ordine analogo arrivò per Ramle, nonostante la resa firmata garantisse teoricamente la permanenza di chi lo desiderava, con l’istruzione di trattenere solo gli uomini in età militare come prigionieri.
Nel giro di 48 ore, le forze israeliane svuotarono completamente Lydda e Ramle. Circa 50.000 persone (comprese migliaia di rifugiati di villaggi vicini che si erano ammassati lì) furono costrette ad avviarsi in un estenuante esodo forzato. Da Lydda la colonna di profughi fu cacciata a piedi, sotto il sole cocente di luglio, lungo la strada verso est; ai posti di blocco, molti soldati derubarono i fuggitivi degli averi rimasti, persino dell’acqua. Da Ramle una parte degli abitanti fu caricata su camion dell’esercito fino a un punto di scarico, per poi proseguire a piedi verso la linea del fronte transgiordano. La marcia si trasformò ben presto in un calvario: “soffrendo la fame e la sete, decine [di persone] morirono lungo il cammino verso Ramallah”, annota Morris. Un soldato israeliano descrisse la scena desolante lasciata dal convoglio di sfollati: “all’inizio [abbandonavano] utensili e mobili, e alla fine, corpi di uomini, donne e bambini sparsi lungo la strada. Anziani seduti accanto ai carri imploravano una goccia d’acqua – ma non ce n’era”. Un altro testimone ricordò di “bambini persi” nella calca e persino di un bimbo caduto in un pozzo e annegato senza che nessuno potesse salvarlo, mentre intorno scoppiavano tafferugli disperati per un sorso d’acqua. “Nessuno saprà mai quanti bambini morirono durante la marcia”, scrisse nelle sue memorie il generale arabo John Glubb, comandante della Legione Transgiordana.
L’operazione Lydda-Ramle rappresenta uno degli atti più espliciti di pulizia etnica pianificata compiuti nel 1948. Perfino un comandante israeliano (probabilmente Yigal Allon) spiegò a posteriori che l’enorme colonna di profughi in movimento aveva fornito a Israele “un utile strumento strategico”: ingombrando le strade e appesantendo le linee nemiche con decine di migliaia di disperati bisognosi di aiuto, rendeva più difficile una controffensiva araba e minava il morale dei legionari di re Abdullah. In effetti, l’esodo di Lydda-Ramle generò scompiglio politico e sociale anche nel campo arabo: improvvisi assembramenti di decine di migliaia di profughi affamati misero in crisi le città cisgiordane di Ramallah e Nablus, e la popolazione palestinese insorse accusando i governi arabi di inerzia di fronte alle pulizie etniche israeliane. Ma nulla poté cambiare l’esito. Per i profughi in marcia, la destinazione fu l’esilio: molti trovarono rifugio di fortuna nei campi allestiti a Ramallah, Gerico o nelle colline di circonvallazione, altri proseguirono verso la Giordania, la Siria o il Libano. L’esodo di Lydda e Ramle, la “marcia della morte” palestinese, divenne uno dei simboli tangibili della Nakba.
Lungi dall’essere episodi isolati, Deir Yassin, Lydda, Ramle e decine di altri massacri e demolizioni punteggiarono la geografia della guerra del 1948. In Galilea, ad esempio, nel villaggio di Tantura (sulla costa a sud di Haifa) i soldati della brigata Alexandroni giustiziarono sommariamente circa 90 abitanti a fine maggio 1948, gettandone i corpi in fosse comuni sulla spiaggia. Nelle memorie di un ufficiale israeliano si legge la sconvolgente constatazione: “Il villaggio fu totalmente distrutto e tra le macerie c’erano molti corpi, in particolare di donne, bambini e neonati vicino alla moschea”. Nel distretto di Acri, in Alta Galilea, villaggi come Saliha e Safsaf conobbero un destino simile: decine di civili furono trucidati sul posto dopo la resa (Safsaf, ottobre ’48, vide l’esecuzione di ~50 giovani e stupri di ragazze, secondo fonti dell’IDF). Nel villaggio di Dawayma, nei pressi di Hebron, truppe israeliane uccisero centinaia di abitanti nell’ottobre 1948, in quella che Benny Morris definì “più grande di Deir Yassin” quantomeno per numero di vittime. A Gerusalemme, atti di pulizia etnica avvennero anche a parti inverse: pochi giorni dopo Deir Yassin, il 13 aprile 1948, miliziani arabi attaccarono un convoglio medico ebraico diretto all’ospedale Hadassah sul Monte Scopus, massacrando 78 tra medici e infermieri, in quella che fu una rappresaglia feroce per Deir Yassinen. La guerra del ’48 fu insomma spietata su entrambi i fronti; ma fu il fronte ebraico, armato e organizzato meglio, a conseguire non solo la vittoria militare, bensì l’obiettivo ultimo di “cacciare la maggior parte degli arabi e impadronirsi della loro terra”.
A fine conflitto (primavera 1949), il risultato era chiaro e irreversibile: circa 80% degli arabi dei territori conquistati da Israele non risiedevano più nelle loro case. La Palestina mandataria era stata letteralmente rifatta dal punto di vista etnico. “Il presidente israeliano Weizmann definì l’esodo arabo ‘una miracolosa liberazione della terra’” ricorda Gilmour – “benché di miracoloso non ci fosse nulla: fu il frutto di una spietata ‘pulizia etnica’”. Weizmann e i leader sionisti avevano realizzato quel che sognavano da decenni: “come scrive Ilan Pappé, i due crimini del 1948-49 […] rappresentarono il compimento di un’ambizione sionista di lunga data”. L’ideale del “transfer” – il trasferimento forzato della popolazione araba – si era pienamente concretizzato, dietro la cortina fumogena delle contingenze belliche. Nur Masalha parla di “continuità pervasiva del transfer nel pensiero e nell’azione sionista”, smascherando il mito della “terra senza popolo” coniato dal propagandista Israel Zangwill: uno slogan che negava l’esistenza del popolo arabo palestinese, ridotto al rango di “accampamento temporaneo” da far sgomberare a piacimento. In definitiva, la Nakba del 1948 fu la “soluzione finale” del problema demografico per il nascente Stato di Israele: “poiché la Palestina non era un paese deserto, i sionisti dovettero costringere gli arabi a lasciarlo” chiosa Gilmour. Ben-Gurion stesso, già nel 1937, aveva scritto nel suo diario che “il trasferimento coatto degli arabi […] va abbracciato con la stessa tenacia con cui abbiamo fatto nostra la Dichiarazione Balfour e, ancor più, il sionismo stesso”: e nel 1948, conclude amaramente Masalha, “è esattamente ciò che avvenne”.