
Alberto Trentini è libero. Ma non grazie al governo Meloni, che ha taciuto, ritardato e rischiato di compromettere l’unico esito possibile: il suo ritorno. La rivendicazione di Palazzo Chigi è un bluff politico.
Per oltre quattrocento giorni silenzio e inerzia. Oggi Palazzo Chigi rivendica un successo che non le appartiene. La verità racconta un’altra storia: quella di una madre lasciata sola, di un’opposizione che ha insistito e di una mediazione internazionale che ha aggirato l’Italia.
C’è qualcosa che ferisce più della prigionia: la pretesa di trasformare l’assenza in merito.
Dopo 423 giorni di detenzione in Venezuela, Alberto Trentini è finalmente libero. Una notizia che dovrebbe unire il Paese. E invece lo divide, perché il governo Meloni ha scelto di intestarsi un risultato che non ha costruito.
«Questo risultato è il frutto del lavoro discreto, ma efficace, portato avanti in questi mesi dal governo, dalla rete diplomatica e dall’intelligence», ha dichiarato la Presidente del Consiglio.
Talmente discreto da risultare invisibile. Per mesi non si è saputo nulla delle condizioni di Trentini, nemmeno delle accuse a suo carico. Fino ad agosto non c’è stato neppure un contatto formale con le autorità venezuelane.
In quel vuoto istituzionale si è mossa una madre. Armanda Colusso, dopo oltre un anno di attesa, è stata costretta a rompere il silenzio.
«Sono stata troppo paziente. Per Alberto non è stato fatto quanto era doveroso fare».
Parole che non sono uno sfogo, ma un atto d’accusa.
Per dovere di verità: mentre il governo restava immobile, l’opposizione ha agito. Il Partito Democratico ha presentato interrogazioni, richieste formali, sollecitazioni pubbliche. Peppe Provenzano e altri parlamentari hanno chiesto di intensificare l’azione diplomatica, di attivare tutti i canali, di non lasciare un cooperante italiano nell’oblio.
Alla stessa linea si è unito il Movimento 5 Stelle. Giuseppe Conte e diversi esponenti del M5S hanno sollecitato pubblicamente il governo, presentato atti parlamentari e chiesto che il caso Trentini diventasse una priorità nazionale, denunciando l’inerzia dell’esecutivo e reclamando un impegno diplomatico concreto. Non silenzi, ma pressione istituzionale. Non proclami, ma responsabilità.
E oggi, vedere chi è rimasto fermo per mesi prendersi i meriti provoca una rabbia legittima.
La dinamica reale della liberazione è ormai nota. Il Presidente dell’Assemblea venezuelana ha dichiarato che l’esito è stato reso possibile grazie alla mediazione di Luiz Inácio Lula da Silva, dell’ex presidente spagnolo José Zapatero e del governo del Qatar.
È emerso anche il ruolo silenzioso del Vaticano, tramite il cardinale Matteo Zuppi, che ha lavorato lontano dai riflettori, senza proclami né rivendicazioni.
L’Italia, semplicemente, non è stata al centro del processo.
Anzi, a pochi giorni dalla conclusione, una mossa avventata ha rischiato di compromettere tutto: la telefonata di endorsement della Presidente del Consiglio a Maria Corina Machado, percepita a Caracas come un’ingerenza politica.
Subito dopo, il ministro Tajani annunciava: «Ho parlato con Rubio, gli americani ci aiuteranno».
Tradotto: dopo oltre un anno di immobilismo, si cercava una scorciatoia politica proprio mentre la soluzione era già in costruzione altrove.
Per più di quattrocento giorni il governo, la sua diplomazia e la sua intelligence non sono riusciti a ottenere nulla. E quando altri hanno sbloccato la situazione, l’esecutivo italiano ha rischiato di rovinarla.
Alberto Trentini è libero grazie al lavoro di chi ha scelto la via della mediazione paziente, non dell’annuncio.
Grazie a Lula.
Grazie a Zapatero.
Grazie al Qatar.
Grazie a chi, come il cardinale Zuppi, ha agito nell’ombra.
Grazie a una madre che non ha smesso di chiedere verità.
Quanto al governo italiano, resta una domanda semplice:
se non c’era quando Alberto era prigioniero, con quale diritto oggi pretende di esserci quando Alberto è libero?