
Emilio Lussu e la sfida in Aula a Mussolini (15 luglio 1923)
Un gesto politico che andò oltre la semplice opposizione parlamentare.
Il 15 luglio 1923, Emilio Lussu tornò alla Camera dei deputati in occasione della discussione sulla legge Acerbo, la riforma elettorale che introduceva il premio di maggioranza al partito più votato, spianando di fatto la strada alla dittatura fascista.
Davanti all’Assemblea, Lussu ribadì pubblicamente la sua seconda e definitiva decisione di dimettersi, dichiarando:
«Io sento di non potere oltre rimanere in quest’Aula.»
Quando il presidente della Camera Enrico De Nicola lo richiamò formalmente — poiché le dimissioni dovevano essere presentate per iscritto — Lussu chiarì che stava agendo “per debito di coscienza”.
Subito dopo, trasformò l’atto personale in una sfida politica diretta al regime nascente: difese la libertà dei combattenti non fascisti e chiese apertamente se a questi fosse consentito organizzarsi liberamente.
La risposta di Benito Mussolini, seduto tra i banchi del Governo, fu immediata e tatticamente abile:
«Sì.»
Lussu replicò con fredda ironia: prese atto della promessa e dichiarò che avrebbe comunque votato contro la legge, tra i “vivi rumori” dei banchi fascisti.
Il significato storico dell’episodio
Questo fu l’ultimo intervento parlamentare di Emilio Lussu nella legislatura. Pochi mesi dopo, la Camera venne sciolta e le elezioni svolte con la legge Acerbo consegnarono al fascismo una maggioranza schiacciante.
Nonostante la crisi politica, Lussu si ricandidò con il PSd’Az, riaffermando la propria opposizione al regime e la difesa dell’autonomia politica sarda.
Questo episodio segna con chiarezza:
la rottura definitiva di Lussu con il fascismo;
il rifiuto morale e politico di una Camera ormai subordinata al potere mussoliniano;
l’inizio del suo percorso di antifascista militante, che lo porterà al confino, alla lotta armata e poi alla fondazione del Partito d’Azione.
In che cosa Lussu fu diverso
Molti deputati votarono contro o pronunciarono discorsi durissimi contro la legge Acerbo.
Nessuno, però, mise in scena un gesto politico ed esistenziale come quello di Lussu.
Turati, Amendola, De Gasperi e altri restarono — pur con coraggio — dentro la logica dell’opposizione parlamentare.
Lussu dichiarò apertamente: «Io non posso più rimanere in quest’Aula», legando le dimissioni al “debito di coscienza” e parlando “in nome di un’infinità di combattenti” non fascisti.
Lo fece guardando Mussolini negli occhi, ottenendo una risposta diretta dal capo del Governo.
Nessuno degli squadristi osò toccarlo.
Lussu era un capitano della Brigata Sassari, reduce della Prima guerra mondiale: non un oppositore da salotto, ma un uomo che aveva già dimostrato il proprio coraggio sul campo.