
Pensare che l’India sia solo spiritualità è un pò come pensare che in Italia ci siano solo dei Leonardo da Vinci, dei Dante Alighieri o dei San Francesco d’Assisi. Fa ridere solo a pensarla questa cosa, soprattutto facendo una veloce, velocissima, rassegna delle persone che conosciamo.
L’India rappresentata dalla gloria che fu non esiste più, come non esistono più la Grecia o la Roma del passato. Quando si va in India si dovrebbe andare con un’attitudine da segugio, per rintracciare le flebili tracce del suo passato glorioso ora sepolto sotto tonnellate di smog, inquinamento acustico, povertà, diseguaglianze sociali, pantomime nascoste dietro molti atteggiamenti stereotipati messi in scena per i turisti.
Nonostante questa spessa coltre di finzione la porzione di kuṇḍalinī che risiede in me ha scodinzolato più e più volte, brividi, fuoco e silenzio profondo hanno spazzato la fuliggine di pensieri e ricordi lungo il midollo spinale sin sopra il capo. Dei veri e propri darśan dell’Assoluto in questa porzione di mondo pieno di spietate contraddizioni.
Ho avvertito dei fortissimi ed incontrollabili insights (ātmāvicāra) con una forza più grande di me nello Śivamandir di Chennai, dove i templi dedicati allo Śivaliṅgam e a Pārvatī Devī hanno scosso dalle viscere ricordi intrappolati in profondità nelle mie ossa; la pace del Viṣṇumandir di Kanchipuram mi ha fatto toccare con mano il senso di inclusione amorevole verso tutti gli esseri che contraddistingue l’archetipo di Viṣṇu; la forza ghora (tremenda) di Mahābalipuram ha toccato in me i fili terrificanti del sacrificio; la pace profonda di Ramaṇa Mahārṣi e di Aruṇācala hanno coccolato la mia anima portandomi nel luogo ove non esistono più ricerche; il calore del cuore di Gaṇeśapurī ha suonato le corde intime che solo i Siddha sanno trovare, attraendomi lì e riportandomi a casa dopo tanto vagabondare.
Non rimpiango affatto il frastuono che c’è oggi in India, nè tanto meno la idealizzo; di contro non mi rappresenta parimenti più l’orgoglio logorroico occidentale. Sono serenamente attratto da quel nucleo di silenzio che vibra nella cava del cuore (hṛdaya-guhā) e sono, pacificamente, sicuro che il metodo non-duale per canalizzare la mente verso l’Assoluto intrappolato in noi debba essere riconosciuto come un bene per tutta l’umanità, presa e persa com’è, come asseriva il buon Robert Nesta Marley, in una “meaningless rat-race” (corsa dei topi senza senso).