
Non ci accontentiamo mai del presente. Anticipiamo il futuro
perché tarda a venire, come per affrettarne il corso, o richiamiamo il
passato per fermarlo, come fosse troppo veloce, così, imprudentemente,
ci perdiamo in tempi che non ci appartengono, e non pensiamo al solo
che è nostro, e siamo tanto vani da occuparci di quelli che non sono
nulla, fuggendo senza riflettere il solo che esiste. Ciò dipende dal fatto
che di solito il presente ci ferisce. Lo nascondiamo alla nostra vista
perché ci affligge, e quando è piacevole temiamo di vederlo scappare.
Tentiamo di sostenerlo con il futuro, e ci impegnamo a disporre di cose
che non sono in nostro potere, per un tempo a cui non siamo affatto certi
di arrivare.
Ciascuno esamini i propri pensieri. Troverà che sono tutti
concentrati nel passato o nell’avvenire. Non pensiamo quasi per niente
al presente, e se ci pensiamo è solo in funzione di predisporre il futuro. Il
presente non costituisce mai il nostro fine. Passato e presente sono
mezzi, solo l’avvenire è il nostro fine. Così non viviamo mai, ma
speriamo di vivere, e preparandoci sempre a essere felici è inevitabile che non lo
siamo mai.
“Pascal-pensieri”
a cura di Silvia Masaracchio