
Il pudore che abbiamo perso non è solo quello che ci porta alla condivisione impropria e inopportuna di un’intimità che non sappiamo più preservare, custodire nel privato, ma è quello del mostrare e mostrarsi sempre, e a prescindere. Persino l’eccesso nel dire tradisce questa condizione così abusata, perché non sapendo più distinguere l’interno dall’esterno – ciò che è fuori e si può far vedere, rispetto a ciò che va “coperto” – non riconosciamo neanche ciò che può esser detto e ciò che va taciuto, mantenuto dentro, segreto, a prescindere da ogni riferimento alla morale.
L’incapacità di preservare qualcosa dallo sguardo o dall’attenzione altrui, di custodirla solo per noi o per pochi, ci ha fatto perdere il semplice buon gusto, il piacere che deriva dal preservare e rispettare una bellezza e un valore che invece ostentiamo sfacciatamente davanti a tutti, per il futile piacere di farlo. C’è una preziosità che non sappiamo più riconoscere e che sciupiamo con il nostro continuo esporci in vetrina, quando invece sarebbe opportuno ritirarsi o, perlomeno, abbassare un po’ le tende