
In principio era il caos
In una delle sue opere più importanti, intitolata “Il principio passione”, il teologo Vito Mancuso scrive che l’origine del mondo non è la chiarezza razionale della mente divina, ma un abisso oscuro, una sorta di burrone primordiale da cui emergono e a cui ritornano tutte le cose. Tale è infatti il significato originario di chaos, sostantivo neutro che deriva dal verbo chaino, il quale rimanda a sua volta al verbo chasco, che significa “mi apro, sto aperto”, e, nella forma chasma in riferimento alla bocca, “sbadiglio” oppure, in senso traslato, “grido”. Pensato nella prospettiva del caos, il mondo viene dichiarato simile a uno sbadiglio per la sua insignificanza, oppure a un grido di orrore per la sua crudeltà: è questa l’esperienza vitale che sottostà alla posizione del caos quale primo principio dell’essere.
L’antica Grecia, che a buon diritto può essere denominata la patria spirituale del principio-logos, con altrettanta convinzione può essere annoverata tra le patrie del principio-caos.
La prima regola del reale, spiega Mancuso, non è la chiarezza del logos, l’ordine, il legame costruttivo, la relazione stabile e armoniosa; la regola prima del reale è il caos, l’assenza di relazioni stabili e armoniose. Né si deve pensare che tutto questo sia estraneo alla Bibbia. Si legge infatti in Genesi 1,2 tradotto alla lettera: “La terra era deserto e vuoto e tenebra sopra l’abisso”. I termini “deserto”, “vuoto”, “tenebra”, “abisso” introducono fin da subito l’oscuro elemento del caos.
Uno dei più celebri esegeti del primo libro della Bibbia, Claus Westermann, riassume così il senso di Genesi 1,2: “L’espressione ebraica tohu wabohu indica il deserto spoglio, simile al caos greco; a esso appartengono le tenebre come cosa inquietante, come lo è l’eclissi di sole per gli animali, e una “violenta tempesta”, come si trova in molti antichi miti della creazione del mondo, rafforza l’idea di caos.”
La questione decisiva è: a segnare l’origine e il destino ultimo dell’energia che noi siamo è l’entropia, cioè il disordine, come sostiene il principio-caos, oppure è l’ordine, ovvero l’entropia negativa o neghentropia, come sostiene il principio-logos?
L’esperienza fondamentale dell’anima gnostica è il disordine e ancor più la malvagità del mondo: l’intelligenza vede il mondo, lo viviseziona con la sua luce, e senza alcuna illusione ne dichiara l’inconsistenza razionale, l’intrinseca distanza dal bene, la difformità rispetto al logos.
Secondo il NT che si rifà alle scritture ebraiche il mondo è buono perché creato da un Dio buono: come mai, allora, “questo mondo” buono non è? Si impone di trovare un nesso tra l’origine buona del mondo e la sua realtà attuale per nulla buona. Tale nesso viene elaborato dal cristianesimo ortodosso mediante un processo che parte da Paolo e trova il suo culmine quattro secoli dopo in Agostino, e il cui nome è “peccato originale”.
Ma la costruzione del dogma del peccato originale risulta problematica, come appare da questa osservazione di Paul Ricoeur: “Antignostico alla sua origine e secondo le intenzioni – poiché il male resta integralmente umano – il concetto di peccato originale è divenuto quasi gnostico man mano che si è razionalizzato. Esso costituisce ormai la pietra angolare di una mitologia dogmatica che è paragonabile, dal punto di vista epistemologico, a quella della gnosi”.
Vito Mancuso rifiuta quindi la vecchia ipotesi che il male sia frutto del peccato originale tramandato attraverso le generazioni. La sua ipotesi è un’altra.
Il mondo, questa massa di energia in continua processualità, è retto dalla dialettica che scaturisce da Logos + Caos, ovvero: forma organizzatrice + energia senza forma, capacità direttiva + spinta senza meta, armonia relazionale + oscura abissalità.
Questo intreccio costituisce il fondamento dell’intero processo, la dinamica dentro cui si fa la vita del mondo e che colloca ogni vivente in un dramma esistenziale esprimibile mediante questa semplice formula: Logos + Caos = Pathos.
Il termine Pathos, spesso interpretato come dolore (patologia, patetico), Mancuso lo traduce in Passione, da cui il titolo. È la passione, compresa la passione come superamento di fatica e dolore, che permette al bene di esplicarsi.