
Il termine aunmukhya (desiderio, tensione verso) rappresenta l’apice della speculazione kāśmīra sull’Io Assoluto. I buddhisti asseriscono che non esiste un Sé perché, a causa degli aggregati (skandha), c’è un flusso (santāna) di eventi senza vera connessione tra loro, anche la memoria delle tracce (vasanā) è sconnessa e non esistendo un punto permanente (ātman), perché tutto muta, non c’è un sostrato eterno. I sostenitori del sostanzialismo obiettano che il Sé imperituro (ātman) utilizzi il piccolo Io (ahaṅkāra) come contenitore delle memorie personali, in tal modo preservano la sostanza (ātman) mai toccata dall’accidente (ahaṅkāra). Un qualcosa di simile affermano anche i Sarvāstivādin con il prāpti (ottenimento) ed i Saṃmitīya con il pudgala (persona).
Vasubandhu obietta che il linguaggio è figurato (upacāra) e non ci sta nulla dietro la cosa espressa: per Io/Sé si intende un qualcosa di unitario per via simbolica che, formato da più aggregati, non esiste come Io ma è una mera convenzione del linguaggio.
È qui che esce fuori tutta la genialità dello Śivaismo del Kāśmīr. Quando i buddhisti asseriscono che non può esistere la coscienza senza oggetto (citi) ma solo coscienza di un qualcosa (vijñāna), ossia coscienza di un “sé” convenzionale relato, in relazione con altro da sé (svasaṃvedana), e non una coscienza di un Sé irrelato, ovvero autocontemplativo e senza oggetto di osservazione, ovvero di una coscienza prima della creazione del mondo,
lo ŚK risponde con aunmukhya.
Somānanda nello Śivadṛṣṭi, Rāmakaṇṭha e Utpala Bhaṭṭa nei commenti allo Spanda Kārikā, lo
Svacchandabhairavatantra e Kṣemarāja controbattono che, invece, esiste il conoscitore puro senza distinte caratteristiche oggettive (alakṣya).
Quando, infatti, in profonda meditazione la coscienza è in fermento (spanda), prima di spostarsi su un qualsiasi oggetto conoscibile, sia esterno sia interno, essa vibra “tendendo verso” senza mai completare il passaggio ad un qualcosa. Questa tensione, che non si traduce mai come identificazione con un oggetto e che è rivelativa della funzione conoscente, viene detta aunmukhya. Come la luce (prakāśa) illumina gli oggetti, illuminando prima sé stessa, ugualmente la coscienza prima di rivelare gli oggetti (idam) svela sé medesima (aham), non come oggetto bensì come vibrante funzione conoscente (aunmukhya). La coscienza in sé è, per dirla alla maniera della fisica quantistica, dunque, la funzione d’onda (tensione manifestativa) prima che collassi nel mondo delle particelle (mondo concreto).