
In quarantacinque anni, Un sacco bello di Carlo Verdone non è minimamente invecchiato. Continua ad avere la stessa forza e la stessa incredibile energia. Non è stato uno dei film della mia infanzia; io sono cresciuto con Massimo Troisi, e Carlo Verdone e Francesco Nuti li ho scoperti più avanti, durante l’adolescenza. Ma Un sacco bello mi ha sempre colpito. E questo perché Verdone non si è mai limitato a raccontare tre storie diverse, tutte ambientate a Roma d’estate. Ma perché è riuscito a concentrarsi su una generazione intera (la sua) cogliendone i vari aspetti.
Il mio personaggio preferito è Leo, questo ragazzone di trent’anni che non sa che cosa fare del suo futuro, che vive ancora con sua madre, costretto in un loop fatto di abitudini e gesti quotidiani, e che si sta preparando ad andare in vacanza a Ladispoli. Inaspettatamente, Leo incontra Marisol (Veronica Miriel), una turista spagnola. E se ne innamora. Ma è un’amore adolescenziale, che monta con lentezza. Prima visto con sospetto, come una novità fastidiosa. E solo dopo accolto.
La vita di Leo è come un ciclo infinito. Inizia sempre nella stessa maniera, arriva a un punto di svolta e poi si conclude in modo prevedibile, pronto per ricominciare daccapo. Dice che ogni cosa è contro di lui, che lui ci prova ad andare avanti, ma che è difficile. Veramente difficile. E in questo c’è un’universalità senza tempo, che ha il potere di parlare a chiunque. Non solo alla generazione di Verdone.
Un sacco bello è pieno di momenti iconici: le telefonate di Enzo, il confronto tra Ruggero e suo padre (che spettacolo Mario Brega), i tanti personaggi secondari che Verdone interpreta. E poi ci sono le musiche di Ennio Morricone, che danno al film uno spessore quasi malinconico.
Quando ha girato Un sacco bello, Verdone era all’apice del suo successo televisivo. Eppure dimostrò di avere una visione registica straordinariamente matura. Sergio Leone ebbe un ruolo determinante, sostenendolo e guidandolo. Ma Un sacco bello è anche un manifesto generazionale: l’espressione di un nuovo cinema che arrivava da Roma, che affondava le sue radici in una certa idea di intrattenimento e che si distingueva per la sua originalità.