
Tanti hanno abusato della mia bontà forse anche della mia fragilità e dicono che non sono capace di intendere e volere. Io sono morta da anni.
Il passato mi ha regalato tanto, ma mi ha tolto molto di più.
Forse non ero tagliata per fare l’attrice. Non ero preparata ad affrontare quella carriera, il successo, la popolarità, quell’ambiente, con le illusioni e le delusioni. Sono sempre stata una persona semplice, timida, attaccata ai valori della famiglia. Oggi, per me, esiste Gesù.
Mi farebbe piacere vivere in modo più sereno e dignitoso anche se a me la vita terrena non interessa più. Vorrei essere dimenticata.
Laura Antonelli
La mattina del 22 giugno 2015, all’età di 73, morì per un infarto, nella sua abitazione di Ladispoli, Laura Antonelli.
La sua vita terrena è finita nel modo più triste e tragico possibile. Prima l’apice del successo, poi l’ineluttabile declino. Abbandonata da tutti e a sé stessa, ha vissuto gli ultimi vent’anni in una solitudine che non le spettava
La domestica l’ha trovata senza vita, chissà da quante ore, e così stavolta, a spegnersi non sono le luci della ribalta, ma la parabola tortuosa di un’attrice che ha vissuto il più implacabile dei Viali del Tramonto. Bella da far invidia e voluttuosa da far prurigine, simbolo della sensualità più spontanea e sfacciata, conosce il grande successo commerciale con “Malizia” di Salvatore Samperi che, con i suoi sette miliardi di incasso, la renderanno protagonista inscalfibile dell’immaginario erotico degli anni 70. Dopodiché arriverà Giuseppe Patroni Griffi a offrirle il ruolo di Manuela Roderighi in “Creautura divina” e un nudo integrale lungo sette minuti (siamo nel 1975 e non negli anni Duemila de “La vita di Adele”). Poi, Luchino Visconti le cucirà addosso la parte della moglie di Giancarlo Giannini ne “L’innocente”, ultimo film del regista milanese.
L’istriana Laura Antonaz, questo il suo vero nome, alla fine dei Settanta è già una stella – e la più disinibita. Non conosce il pudore né ostacoli (censori) all’espressione di sé, ma si spoglia davanti la cinepresa con la stessa freschezza con cui rivolge all’obiettivo gli occhi languidi della ragazzina. La carriera, in quegli anni, è così virtuosa che il successo sembra una vetta di facile scalata: arrivano le commedie di Dino Risi, “Sessomatto”, e Luigi Comencini, “Mio Dio come sono caduta in basso”, sino ad affiancare Jean-Paul Belmondo (di cui sarà anche amante) in “Trappola per il lupo” di Claude Chabrol.
“Ero ricca e famosa, ma mi sentivo vuota dentro”, diceva di sé. E deve essere stato quel sentimento di assenza, di ontologico senso del nulla, ad averla portata a ripiegarsi sulla parte debole dell’anima, quella che l’ha avvicinata alla droga e, così, a vivere il momento più tragico – e spartiacque – della sua vita. Che ha capovolto, dilaniandola, non soltanto la sua carriera, ma l’intera esistenza a venire: È il 1991, e Laura Antonelli è arrestata per spaccio – in casa vengono trovati 36 grammi di cocaina. Sembra il cinico scherzo di un destino che non l’ha mai davvero baciata; forse aveva i dadi sfortunati alla roulette, però, da quel giorno ne uscirà distrutta: il vuoto, da abisso interiore, produrrà metastasi tutto intorno, occupando lo spazio liberato dal coacervo di amici e sostenitori – presenzialisti dei soli fasti, ma disertori della caduta. Il mondo dello spettacolo che l’ha celebrata fin lì la espellerà come un rigurgito acido della macchina cinema. Nello stesso periodo, verrà il remake di “Malizia”, un insuccesso lampante e un altro colpo assestato alla disistima di sé: la produzione le chiederà di sottoporsi a delle iniezioni di collagene; l’attrice, infatti, a causa di un gonfiore dovuto a reazioni allergiche, aveva perso parte dell’originaria seduttività e, mentre accettava di sottoporsi al trattamento, non sapeva che le sarebbe costato un viso, colpevolmente, deturpato.
Da allora, 20 anni di silenzio e rimozione.