
Oggi vi parlo di alcuni dei monumenti più incredibili che possediamo in Italia.
Spesso, anche all’estero, c’è la percezione che le civiltà antiche si esauriscano con i greci e i celti. Come ben sappiamo, non è così. Ogni paese, ogni popolo, è il prodotto di secoli di storia ed ognuno porta sulle spalle un’eredità pesante: quella della propria identità. Le grandi civiltà del passato, secondo Toynbee e Huntington, erano molte di più. Ve le elenco. Sumeri, Babilonesi, Antichi Egizi, Ittiti, le Civiltà levantine (Siriani, Fenici ed Ebrei), Cretesi, Le civiltà classiche (Greci e Romani), Veneti, Celti, Vichinghi, la Civiltà islamica, Zimbabwe, la Civiltà della valle dell’Indo (gli Harappa), Indù, la Civiltà cambogiana o impero Khmer, gli Srivijaya dell’isola di Sumatra, la Civiltà Majapahit dell’isola di Giava, la civiltà cinese, quella mongola, la civiltà dell’antico Giappone, quella del Mississippi, le Civiltà precolombiane come Olmechi, Toltechi, Aztechi, la Civiltà Maya, quella andina (gli Inca), la Civiltà austronesiana e quella occidentale, la civiltà Russa, la Civiltà indiana, quella dei nativi americani ed infine la Civiltà nuragica. E proprio di questa oggi vi voglio parlare. Questa civiltà è forse una delle più emblematiche e forse poco realmente conosciute.
La civiltà nuragica fu una civiltà nata e sviluppatasi in Sardegna, che abitò l’isola dall’età del bronzo, 2300-1800 a.C., al IV secolo d.C., in epoca altomedioevale.
Questa civiltà fu il frutto della graduale evoluzione di culture pre-esistenti già diffuse sull’isola sin dal neolitico, che ci hanno lasciato i dolmen, i menhir e le domus de janas. Il loro nome deriva dai nuraghi, che sono imponenti ed antiche costruzioni in pietra di forma troncoconica presenti un po’ ovunque. A proposito di queste antiche costruzioni, c’è una persona che vi voglio far conoscere. Si chiama Alberto Ferrero della Marmora, era un marchese ed era il fratello del celeberrimo generale. Nel 1819, fu incaricato dal vicerè sabaudo di redigere una carta in scala della Sardegna e si trovò di fronte ad una costellazione di antiche costruzioni, i nuraghi appunto. Su tutta l’isola ne contò più di 8000. E siccome non era uno stupido, cominciò a domandarsi a cosa potessero essere serviti. Di certo, pensò non erano abitazioni fortificate. Infatti, se una famiglia minacciata da un pericolo si fosse rifugiata in un nuraghe insieme alle proprie greggi, la poca luce a disposizione e l’insufficiente aerazione non gli avrebbe dato scampo, nemmeno se si fosse rifugiata sulla sua sommità, troppo piccola per difendersi da un eventuale incendio.
Insomma, questi nuraghi erano tronchi di cono bui, privi di sfiatatoi fumari e, come oggi sappiamo, senza tracce di permanenza umana come resti di cibo o di stoviglie.
Ma allora a cosa servivano i nuraghi?
La civiltà nuragica
La civiltà nuragica era un civiltà complessa e, come tutte le civiltà, aveva i classici tratti distintivi che la rendevano tale. Uno fra tutti: la religione. Sembra certo che il popolo dei nuraghi periodicamente celebrasse delle feste sacre nelle quali avvenivano anche scambi commerciali. I nuraghi probabilmente risalgono al secondo millennio a.C. ma il loro utilizzo e successive modifiche si sono protratti anche fino al V secolo a.C., ed erano i centri nevralgici per i clan, i quali, in molti casi, attorno ad un nuraghe antico costruirono i loro villaggi. Sebbene in molti casi fossero stati effettivamente utilizzati a scopo militare, all’interno dei nuraghi qualche volta furono rinvenute statuette votive ed oggetti connessi a culti fenicio-punici o alle romane dee Demetra e Core, equivalenti del culto delle messi e della primavera. Questo ci fa pensare che questi monumenti fossero qualcosa in più di semplici pugni di pietra ad uso difensivo.
L’ipotesi astronomica e l’orientamento dei nuraghi
E qui veniamo all’ipotesi astronomica. Indubbiamente gli elementi per credere ad una particolare orientazione dei nuraghi ci sono. I costruttori dei nuraghi utilizzarono, per costruirli, la yarda megalitica, una unità di misura compresa tra 0,8309 e 0,8321 metri, circa la stessa usata per erigere i monumenti megalitici della Gran Bretagna e della Francia.
Inoltre, l’orientamento delle aperture d’accesso dei nuraghi corrispondono spesso agli azimut astronomici calcolati del sorgere e del tramontare degli astri più vividi dell’emisfero a noi visibile. Nello studio di C. Maxia ed E. Proverbio “Orientamenti astronomici di monumenti nuragici”, all’interno dei “Rendiconti” dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere – Vol. 107 (1973), si parla di edifici orientati verso stelle molto luminose, come Sirio (α Cane Maggiore) e Rigel (β Orione).
E’ dunque possibile che queste torri potessero essere legate a culti astrali e solari? Ebbene, questa è sicuramente una ipotesi da prendere in considerazione, specie se si prendono in esame anche gli altari, alcuni dei quali, posti ancora nella loro posizione originaria, sembrerebbero essere orientati verso il punto in cui sorge il Sole al solstizio estivo.
Se vi venisse il dubbio che questa civiltà non avesse le conoscenze astronomiche per poter operare tali edificazioni, vi ricordo che già gli uomini di Cro-Magnon si domandavano il significato delle stelle e ci sono testimonianze delle prime notazioni lunari su ossa dell’età della pietra e già 3000 anni prima di Cristo si cominciò a compilare i primi calendari.
Pensate che ad Ebla, una città antica databile al 3500 a.C., fondata dal popolo dei semiti, sono stati scoperti dei calendari lunari che dividevano l’anno in 12 mesi. DI calendari ne avevano addirittura due: uno a carattere agricolo, in vigore sotto i regni di Igriš-Halam ad Ebrium, ed uno più tecnologico, introdotto da re Ibbi-Sipiš.
Ma cosa c’entrano adesso i semiti? E’ per dirvi che già 2600-2200 anni prima di Cristo i mesi dell’anno c’erano i calendari ed i mesi avevano nomi ben definiti.
C’erano “il mese della semina”, “il mese delle greggi”, “il mese del raccolto”, “il mese delle processioni” e “il mese delle tasse”.
Anche i Celti basavano la misura del tempo sulla Luna. Ho scritto un articolo a riguardo se spulciate sul forum. Si chiama “L’astronomia dei celti: un sapere avvolto nella leggenda”. Loro dividevano l’anno distinguendo la stagione calda da quella fredda.
I calendari servivano a scandire i ritmi della vita quotidiana, a sapere quale fosse il momento per compiere determinate azioni dalle quali dipendevano la vita delle comunità.
Se anche il popolo dei nuraghi, come è comprensibile, avesse avuto un calendario per misurare lo scorrere del tempo, i nuraghi potrebbero acquistare così l’identità di torri astronomiche, legandone l’architettura agli astri, ed i giochi di luci e di ombre al volgere ciclico degli oggetti celesti.
Per farvi un esempio, due nuraghi in particolare, l’Alga di Abbasanta ed il Biriola di Aidomaggiore, l’8 giugno esattamente alle 11 solari, fanno penetrare all’interno un raggio di luce, il quale finisce direttamente su una delle nicchie ricavate nel muro, forse ad illuminare la statua di una divinità o lo stesso sacerdote.
Monte d’Accodi: il tributo alla luce
Vicino a Porto Torres, esiste una località chiamata Monte d’Accodi.
Qui c’è una gibbosità del terreno la quale, a mano a mano che ci si avvicina di più, assume le caratteristiche di una rampa artificiale di terra. È praticamente un piano inclinato lungo circa 75 metri, la cui parte più alta si trova a 10 metri sul livello della pianura. Tutt’attorno alla collina artificiale ci sono elementi sacri: tre menhir, uno in calcare bianco ed uno in arenaria rossa, un altare sacrificale posto in cima alla rampa, una pietra sferica levigata dall’uomo e costellata di coppelle e resti di capanne che parlano di un tempo antico, quando si facevano riti propiziatori, sacrifici e le immagini di divinità venivano infrante ritualmente. I monumenti con coppelle che rappresentano le costellazioni si trovano un po’ ovunque, a Kilmartin, a Temple Wood o a Long Meg in Inghilterra, per fare un esempio o come la roccia di Perseo in Italia, in Piemonte, nella valle Maira. E’ l’ennesimo esempio di come l’uomo antico volesse rappresentare il divino sulla Terra, copiando il firmamento come una sorta di specchio grossolano di ciò che era inarrivabile e non percepibile. Per imbrigliare il senso dell’eterno.
La luna nel pozzo
Accanto ai nuraghi spesso si trovano altre strutture detti “pozzi sacri”. In tutta la Sardegna ne esistono una trentina. Risalgono ad un periodo compreso fra il XII ed il X secolo a.C., ed erano anch’essi connessi al dualismo terra-acqua, maschile-femminile e vita e morte e agli astri. Per esempio, in uno di essi, quello di Santa Cristina di Paulilatino (Cagliari) la Luna, all’epoca della sua massima declinazione, almeno una volta all’anno si specchia per qualche momento nel pozzo e lo si può vedere dal lato nord dell’interno del pozzo, dove c’è una cella sotterranea dalla volta forata che permette di guardare attraverso questa apertura con una visuale che è proprio pari alla minima distanza zenitale che la Luna può raggiungere alla latitudine del pozzo di Santa Cristina. Altre misure in altri pozzi confermano la supposizione che l’architettura dei pozzi era voluta apposta per “legare” l’acqua alla Luna in un simbolico accoppiamento.
Nella civiltà dei nuraghi, come in altre civiltà, Sole, Luna, terra, acqua ed i simboli universali della vita e della morte appaiono come testimoni di un tempo passato, ormai perso nel tempo, come pezzi di un mosaico distrutto cosparsi di sabbia e vessati dal vento, che si cerca disperatamente di ricomporre.
Ma queste torri, queste dita ancorate alla terra e che spuntano dalla macchia profumata di una delle isole più belle del mondo, protese verso le stelle, rimangono per raccontarci del popolo dei nuraghi, meno barbaro e guerriero di quanto si possa pensare e dedito alla vita ed ai cicli che la governavano. E, nonostante non potesse capire ancora la grandezza di quello che lo circondava, come molti altri popoli, usò il cielo come guida, come appiglio per collocarsi nell’immensità del firmamento al quale era indissolubilmente legato, e come lui, tutta la razza umana, e per rendere la vita più sopportabile, cadenzata e piacevolmente ciclica.