
“Zi! Zi! Zi!” gridava un milione e mezzo di persone mentre il suo feretro attraversava Atene il 5 maggio 1976. Vive. Vive. Vive. Così la Grecia salutava Alekos Panagulis.
Tutto era cominciato otto anni prima, in un Paese soffocato dal silenzio. Il 21 aprile 1967 un colpo di Stato militare aveva consegnato la Grecia alla dittatura dei Colonnelli guidata da Georgios Papadopoulos. Arresti, censura, torture. La democrazia era stata sospesa come una luce spenta all’improvviso.
Panagulis era un giovane ingegnere elettronico, laureato al Politecnico di Atene. Avrebbe potuto scegliere una vita tranquilla. Scelse invece la clandestinità. Fondò e diresse una rete di resistenza. Credeva che l’inerzia fosse la vera colpa.
Il 13 agosto 1968 organizzò un attentato contro Papadopoulos. Le mine le aveva costruite da solo. Il piano era semplice: far saltare l’auto del dittatore al passaggio su un piccolo ponte tra Capo Sunio e Atene.
Un dettaglio cambiò tutto. La miccia, annodata durante il trasporto, non funzionò come previsto. Avrebbe potuto rinunciare. Non lo fece. La carica esplose, ma l’auto non venne colpita.
Fuggì a nuoto. Si nascose in una grotta. Lo catturarono. Il 17 novembre 1968 fu condannato a morte.
La sentenza non venne eseguita. Il regime temeva di trasformarlo in martire. Lo rinchiusero invece in una cella che lui stesso chiamò “la tomba”: due metri per tre. Isolamento totale. Cinque anni.
Le torture furono sistematiche e feroci. In una lettera dal carcere, nell’ottobre 1970, descrisse frustate con filo di ferro, colpi alle piante dei piedi, bruciature, asfissie simulate, privazione del sonno, umiliazioni continue. Il corpo doveva cedere. La mente doveva spezzarsi.
Non si spezzò.
In quella cella scrisse le sue poesie più intense. Incideva versi sulle pareti. Scriveva su brandelli di coperta. Usava fiammiferi come penna e il proprio sangue come inchiostro. Milleottocentotrentadue giorni. Milleottocentotrentadue notti.
Tentò la fuga. Fece scioperi della fame. Rifiutò la grazia. Non chiese pietà.
Nel 1973 uscì grazie a un’amnistia. Andò in esilio in Italia insieme a Oriana Fallaci, che gli fu accanto negli anni più difficili. Intellettuali e politici europei ne sostennero la causa. Tra loro Sandro Pertini, che vedeva in lui un simbolo della lotta per la libertà.
Quando la dittatura crollò nel 1974, Panagulis tornò in Grecia. Si candidò. Fu eletto deputato. Ma non diventò mai uomo di potere. Restò uomo di opposizione.
Denunciò pubblicamente le continuità tra il vecchio regime e parti del nuovo apparato statale. Era in possesso di documenti che, a suo dire, provavano legami compromettenti ai vertici della Difesa.
Il 1° maggio 1976 morì in un incidente automobilistico ad Atene. L’auto finì contro l’ingresso di un’autorimessa. L’inchiesta ufficiale parlò di errore di guida. Molti non ci credettero mai.
Due giorni dopo avrebbe dovuto presentare quei documenti in Parlamento.
Al funerale c’era una folla immensa. C’era anche Sandro Pertini. E c’era quel grido che rimbalzava tra le case di Atene: “Zi! Zi! Zi!”
Per alcuni fu un terrorista. Per altri un poeta. Per molti fu la prova che un uomo solo può sfidare una dittatura e non piegarsi.
Il suo corpo finì sottoterra. La sua voce no.