
“A cosa serve?”
Ho visto alcuni commenti sotto un post che pubblicizzava un corso di lingua giapponese. Alcuni scrivevano “a cosa serve?” altri sfottevano “è per quei nerd che vogliono leggersi i manga in originale”.
Beh, al di là del fatto che il Giappone non è esattamente un Paese che non ha peso (ne ha certo più dell’Italietta) e uno che vuole leggersi i manga in originale ne esce più arricchito di uno che se va bene legge Vannacci (vediamo quanti cani di Pavlov scatteranno) ma la cosa allucinante è quel ragionamento: a che serve?
Prendiamo un esempio, la musica.
A livello pratico la musica non serve a niente. Ma qualcuno riesce ad immaginare una vita senza musica? Io no. Ho conosciuto persone che snobbavano la musica e, vi assicuro, non erano belle persone.
La nostra vita è nobilitata dal “sapere inutile” come pittura, scultura, musica, cinema. Tutte cose che “non servono”. Tutte cose senza le quali la nostra vita non sarebbe molto diversa da quella di un animale.
L’Italia medievale e rinascimentale era un posto che aveva portato al massimo grado questi “saperi inutili” e se l’Italia è il Paese più bello del mondo è grazie a uomini che oggi finirebbero a fare i madonnari per strada.
Io ho amici musicisti e artisti. In Italia questo nemmeno è considerato “lavoro” e se vai a suonare da qualche parte manco ti pagano perché “non è un lavoro vero”
Pare che il lavoro vero sia solo stare dietro una scrivania, e da dipendente (se provi a creare qualcosa di tuo come imprenditore vieni malvisto). Persino quello del politico, una professione più spregevole di quella della prostituta o del ladro, è visto come “lavoro vero” perché “serve” (a chi lo fa per arricchirsi mediante pizzi legalizzati ndr).
Questa mentalità da borghesi piccoli piccoli ha condotto il nostro Paese dal Rinascimento a quella repubblichetta di mediocri che è oggi.
A che serve imparare il giapponese?
Magari ad aprirti quella testa provinciale