
Un arresto a Caracas, un missile sopra il Giappone, Mosca che convoca l’ONU, Pechino che parla di aggressione, tutto nello stesso giorno. Se pensate che sia una coincidenza, fermatevi qui [musica] e riavvolgete il nastro, perché quello che è successo nelle ultime ore non è una crisi venezuelana, è il primo stress test del nuovo ordine mondiale e Trump ha appena premuto tutti i pulsanti rossi contemporaneamente.
E prima ancora che Washington possa pubblicare il comunicato stampa, il telefono rosso tra Mosca e Pechino è già bollente. La Russia è la prima a muoversi. Il Ministero degli Esteri rilascia una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni. Cito testualmente: “Gli Stati Uniti hanno compiuto un atto di aggressione armata contro il Venezuela.
Non parlano di arresto, non parlano di operazione di polizia internazionale, usano le parole aggressione armata, quelle che in linguaggio ONU significano state violando la carta delle Nazioni Unite. Mosca convoca immediatamente una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza. Il messaggio è chiaro. State oltrepassando la linea e attenzione perché qui non stiamo parlando di solidarietà ideologica.
La Russia ha interessi concreti in Venezuela. Rosneft ha investiti miliardi nel petrolio venezuelano. Ci sono contractors russi sul territorio, basi militari in fase di discussione. Maduro non è un alleato sentimentale, è un asset strategico in quello che Mosca considera ancora il proprio sistema di alleanze globali.
Vederlo catturato senza preavviso diplomatico è come ricevere uno schiaffo in faccia davanti a tutti. Ma il Kremlino non si ferma alla retorica. Accusano Washington di aver abbandonato la diplomazia e di agire secondo ostilità ideologizzata, tradotto dal diplomatese. Voi americani fate quello che vi pare, quando vi pare e ci chiamate nemici se protestiamo.