
Sarebbe stato bello dedicargli un articolo, ma non è stato possibile. L’11 settembre, signore e signori, ha spento la bellezza di 90 candeline uno dei più grandi compositori viventi, certo a mio avviso il più interessante, profondo, sorprendente: Arvo Pärt.
Dodecafonico, atonale e avanguardista fino al 1968, si chiude poi in sé stesso per ben otto anni nell’intento di ricercare uno stile proprio, puro, lontano dal diktat delle neo-avanguardie ciecamente votate all’autoreferenzialità. In quel silenzio durato otto lunghi anni, tra ingenti difficoltà economiche e la vicinanza, determinata e determinante, di una moglie-compagna di viaggio, l’autore della Missa syllabica e di Sara was ninety years old si limita a suonare al pianoforte le melodie del repertorio gregoriano, quasi una pulizia mentale, prima ancora che uditiva, utile ad azzerare ogni influenza precedente, facendo così piazza pulita di tutte le scorie ideologico-musicali del proprio tempo.
Fortemente indicativo il titolo di una delle primissime opere scritte immediatamente dopo il periodo di silenzio totale: Tabula rasa.
In Fratres, la manifestazione del divino.
Grazie Arvo, grazie di vero cuore.