
Non so esattamente a che ora sia cominciato tutto, ma ricordo che stavo cercando di montare un presepe minimalista — tre pietre, una candela e un biglietto con scritto “non disturbare” — quando ho sentito bussare alla porta. Un bussare educato, ma con quella sfumatura di rassegnazione tipica dei postini e dei santi in pensione.
Apro. Davanti a me c’è il Natale. Non “il giorno di Natale”. Proprio il Natale, in persona. O in entità, non ho ancora capito.
Indossa un cappotto rosso scolorito, come se avesse passato gli ultimi decenni in una lavanderia automatica che non crede più nei miracoli. Ha la barba corta, non bianca ma sale-e-pepe, e gli occhi di uno che ha visto troppe tombolate finite male.
«Posso entrare?» mi chiede. «Dipende. Porti regali?» «No.» «Allora sì.»
Si siede sul divano, sospira, e si toglie gli stivali. Hanno la suola consumata come se avesse camminato per secoli, e forse è proprio così.
«Sono stanco» dice. «Di cosa?» «Di tutto. Delle lucine, dei jingle, dei panettoni con gusti che non avrei mai autorizzato. Hai idea di cosa significhi vedere un panettone al pistacchio glitterato?»
Annuisco. Non ho idea, ma annuisco.
«E poi» continua, «la gente non mi ascolta più. Mi usa. Mi consuma. Mi tira fuori a novembre e mi rimette via il 27 dicembre come un soprammobile stagionale. Io non sono un soprammobile. Io sono un concetto.»
«Un concetto stanco» aggiungo. «Esatto.»
Mi guarda come se aspettasse qualcosa. Un consiglio? Una tisana? Una rivoluzione? Io, che non so nemmeno montare un presepe senza crisi esistenziali, decido di improvvisare.
«Senti, Natale… perché non ti prendi una pausa? Un sabbatico. Un anno sabbatico del Natale.» «E la gente?» «La gente sopravvive. È più resistente di quanto sembri. E poi, magari, se sparisci per un po’, ti rivaluta.»
Il Natale ci pensa. Si massaggia le tempie. «Potrei andare in montagna» mormora. «O al mare. O in un eremo. O in un bar di periferia dove nessuno mi riconosce.» «Esatto. E quando torni, torni rinnovato. Magari con un nuovo concept. Un rebranding.»
Il Natale mi guarda con sospetto. «Rebranding?» «Sì. Tipo: Natale 2.0. Meno consumismo, più sostanza. Meno glitter, più silenzio. Meno panettoni strani, più… boh, più verità.»
Silenzio. Poi lui sorride. È un sorriso piccolo, ma vero. Come una candela che non fa scena, ma scalda.
«Sai che c’è?» dice alzandosi. «Lo faccio. Quest’anno salto. Mi prendo una pausa. Vediamo se la gente si accorge che manco.»
«E se non se ne accorge?» «Allora torno con un sindacato.»
Si rimette gli stivali, si avvia verso la porta, poi si gira. «Grazie. Non capita spesso che qualcuno mi ascolti senza chiedermi niente in cambio.»
«Di niente» rispondo. «Buone vacanze.» «Già. Buone vacanze anche a te.»
Esce. Resto lì, nel silenzio del mio salotto, con il presepe minimalista che sembra improvvisamente più sensato.
E mentre chiudo la porta, mi viene un dubbio: se il Natale è in ferie… chi diavolo accende le lucine?
Mi affaccio alla finestra. La città è buia. Non triste, però. Solo… in pausa. Come se stesse respirando per la prima volta dopo anni di apnea luminosa.
E in quel buio morbido, quasi elegante, capisco una cosa che non avevo mai capito: forse il Natale non è mai stato nelle lucine, nei regali, nei panettoni. Forse era solo in quel gesto minuscolo di un concetto stanco che, per una volta, decide di ascoltare sé stesso.
E forse — ma questo non lo dico a nessuno — un Natale così mi piace più di tutti gli altri.