
La scrivania come metafora di vita era la grande lezione di mio nonno, il suo metodo infallibile per salvarmi — diceva lui — dalla nullafacenza e dalla smidollaggine. A cinque anni non capivo bene cosa volesse dire, ma mi impegnavo con zelo quasi religioso a classificare il mondo: chi, tra le persone che mi circondavano, era il temperamatite, chi la gomma, chi la penna, chi l’agenda. A sei anni avevo già risolto almeno un mistero: l’agenda era mia madre. Degna figlia di mio nonno, nemica giurata dell’ozio, riempiva ogni minuto della mia giornata con un fervore da generale in guerra. Guai a trascorrere un pomeriggio davanti al televisore — si rovina la vista, la bambina — o a correre dietro a un pallone — la vita non è tutta un gioco. Nemmeno la lettura era un passatempo approvato: i mondi fantastici ti mettono strane idee in testa, ripetevano in coro lei e il nonno. Meglio l’enciclopedia, meglio imparare a fare qualcosa. Rimboccati le maniche, dicevano, perché il futuro non si costruisce da solo.
Io, però, questo futuro non lo vedevo. E loro mi spiegavano che non lo vedevo perché non lo pensavo: devi progettare, e poi saprai come costruirlo. Quando mi trovavano assorta sui Lego, sorridevano soddisfatti, convinti che stessi allenando il mio destino da architetto o ingegnere. Il sorriso svaniva quando mostravo le mie opere: stelle filanti, esplosioni di colori, la pace nel mondo. Mi rimandavano indietro, delusi, dicendo che erano solo accozzaglie di mattoncini senza criterio. Dovevo costruire solidi: un parallelepipedo, un cubo, qualcosa di serio. Progettare di più. Io, però, la parola parallelepipedo non riuscivo nemmeno a pronunciarla.
A dieci anni capii finalmente che il nonno era il regolo: quello che indica la direzione, quello che misura, quello che punisce. Il suo sguardo severo gelava persino mia madre, e il suo silenzio pesava più del cemento. Mio padre, invece, non valeva nemmeno la pena di sgridarlo: avevo sentito dire al nonno che era un caso perso e che, se io stessi crescendo così sarebbe stato colpa sua. E la colpa di lui, naturalmente, era di mia madre, che si era lasciata conquistare da quella cosa inutile che era mio padre. Lei non lo aveva difeso.
Secondo la metafora del nonno, la scrivania deve essere sgombra dalle cose inutili. Fanno solo disordine. Anche mio padre, in casa nostra, sembrava sempre un oggetto fuori posto. Ma fuori… fuori si trasformava. Peccato che il nonno non lo vedesse mai, chiuso com’era nella sua stanza a elencare a mia madre tutto ciò che non andava nella nostra famiglia. Fuori, invece, papà faceva una cosa che dentro casa sembrava proibita. Non che il nonno l’avesse vietata esplicitamente — altre cose erano vietate, come interromperlo mentre parlava, masticare con la bocca aperta o alzarsi prima di lui da tavola — ma nessuno osava fare ciò che papà faceva fuori: sorridere.
Sorridere, per il nonno, era roba da stupidi. E gli stupidi non costruiscono progetti di vita. A dieci anni sapevo fare due più due: mio padre non avrebbe mai costruito un parallelepipedo. Io invece dovevo riuscirci, se non volevo fallire. E il nonno aveva detto anche questo: che quella cosa inutile di mio padre era un fallito.
A dodici anni presi la mia decisione solenne: avrei trovato la mia strada. Avrei sgobbato per raggiungere i miei obiettivi. Potevo scegliere, diceva il nonno: avvocato, dottore o un lavoro in banca. Scegli tu la tua strada. Ingegnere e architetto era meglio evitarli: il talento non c’era, era chiaro fin da piccola. Una sola volta chiesi se ci fossero altre possibilità. Lui si stupì, inarcò un sopracciglio, come a chiedermi a cos’altro potessi mai aspirare per avere successo. Nulla, dissi. Certo, sono belle professioni.
Sgomberai la mia scrivania e mi misi al lavoro. Nessuna distrazione. Solo ordine e rigore.
Così ho studiato, così ho vissuto. E mentre passavo la vita a faticare su libri grigi e senza colori, mio padre lasciò la nostra casa. Se n’era andato in silenzio, così piano che quasi non ce ne accorgemmo. Come quando una cianfrusaglia abbandonata sulla scrivania sparisce: nessuno nota il momento esatto in cui scompare. Finché un giorno ti torna in mente, e ti chiedi che fine abbia fatto. E ti stupisci perché non riesci a toglierti dalla testa il pensiero che, in realtà, quella cianfrusaglia ti era indispensabile.