
“Aspe’, ma questo senza copertina?” “Che roba è?”
“Non lo so, ma mi sa tipo che l’ho letto.”
“E di che parla?” “Boh, mi pare tipo che Maurizio ne parla sempre.” “Figo.”
“No, aspe’, mo’ me lo ricordo, è una storia che c’è ‘sto tipo super egocentrico che dice tipo di tutti che sono pazzi e poi c’è uno che tipo tenta il suicidio… o forse è lui, boh, chi se lo ricorda?”
“No, ma pazzesco, mi sa che ho capito! È quello che lui tipo accusa un professore di molestie? Assurdo!” “Sì, è quello, che poi lui tipo gli aveva solo accarezzato i capelli.”
“Assurdo! Lo odio lui.” “Però pure io mi sarei tipo spaventata, forse.”
“Sì, sì pure io! Cioè, assurdo, troppo inquietante!”
“Che schifo di libro! ‘sto tipo che sta sempre a parlare dei fatti suoi come se ne parlassimo tra di noi, boh! Allucinante!” “Che poi c’ho fatto pure il compito a scuola.”
“Mi sa tipo pure io.”
Io e Cristiano siamo alla Libreria Mondadori. Io sto sfogliando un libro che so già che non comprerò. Lui sta facendo finta di leggere la quarta di copertina di un thriller nordico, ma in realtà sta ascoltando tutto quanto me.
La scena si svolge così, parola per parola, almeno per quello che sentiamo mentre restiamo lì, immobili, a osservare il più grande spettacolo del mondo: l’umanità.
Le due protagoniste sono due adolescenti stile steampunk: stivali pesanti, gonne asimmetriche, eyeliner come se dovessero andare in battaglia. Zampettano tra “Frigidaire” e “Cime tempestose” come due creature mitologiche in gita scolastica.
E hanno appena bollato “Il Giovane Holden”, il più importante romanzo americano del Novecento, come “uno schifo”.
Cristiano mi guarda di lato. «Stai godendo, vero?» «Come un riccio» gli rispondo.
La cosa più bella è che lo hanno fatto elencando, con precisione chirurgica, tutti i motivi per cui quel libro è un capolavoro. Né più né meno.
«È incredibile» mormora Cristiano. «Stanno facendo critica letteraria senza saperlo.»
«E pure meglio di certi adulti» aggiungo.
Le loro rimostranze, colorite e sgangherate, sono la miglior definizione possibile di quando un libro diventa Letteratura: Holden ha suscitato in loro una forte emozione — l’odio — e una grande immedesimazione, cioè esattamente ciò che un romanzo dovrebbe fare.
E poi, paradosso dei paradossi, lo hanno fatto con il linguaggio che oggi Salinger userebbe per far parlare Holden. Tipo. Letteralmente.
Per loro Holden è una persona vera. Quello che gli succede lo hanno percepito come reale. Che è proprio quello che tutti noi, che tentiamo di mettere su carta una storia, sogniamo di fare: far dimenticare al lettore che sta leggendo una storiella scritta da uno scribacchino — nel mio caso — o da un genio — nel caso di Salinger.
Le due ragazze escono senza comprare nulla. Cristiano le segue con lo sguardo. «Secondo me sono entrate solo per l’aria condizionata.» «Come me» dico.
«Come me pure» aggiunge lui.
Resto lì a pensare che è bello che facciano leggere “Il Giovane Holden” a scuola. Calvino diceva che “un classico non finisce mai di dire quello che ha da dire”. E aveva ragione.
È ancora più bello che due giovani — i famosi “giovani d’oggi”, tanto maltrattati da chi i giovani li vede col binocolo — passino il loro tempo in libreria. Non importa che abbiano travisato Holden. Magari tra qualche anno lo riprenderanno in mano e sarà come quel compagno di scuola con cui non parlavano mai e che solo allora scopriranno di apprezzare.
L’importante è che il seme sia stato gettato.
«Sai qual è il problema?» dice Cristiano. «Dimmi.»
«Che se oltre a dargli il libro, l’insegnante gli avesse fatto un passo incontro… magari lo avrebbero capito già adesso.» «Già» dico.
«Perché “Il Giovane Holden” è un capolavoro.» «Anche se lo hanno odiato.»
«O forse proprio per quello.»
Nelle mie cuffiette, intanto, Robert Plant urla “Whole Lotta Love” a gola spiegata. Cristiano mi dà una gomitata. «Volume?»
«Al massimo.» «Bravo.»
Usciamo anche noi. Senza comprare nulla. Ma con la sensazione che la letteratura, ogni tanto, faccia ancora il suo mestiere.