
Quando Alberto e Luisa mi invitano a una mostra, io dico subito sì. Non so nemmeno di cosa si tratti, ma loro sono carini, educati, e poi Luisa insegna lettere: una che sa parlare, finalmente. Non come certa gente che conosco.
Arriviamo davanti al museo. C’è un cartellone enorme: “RUMORE BIANCO — Installazioni sul silenzio contemporaneo”.
Io rido. «Che titolo stupido. Il silenzio non esiste. E comunque io non ci credo.»
Alberto fa un sorriso che sembra un crampo. Luisa mi tocca il braccio. «Anto, dentro parlano tutti piano… è un museo.»
«Ma perché? È un posto pubblico. Non è una chiesa.»
Entriamo. La prima sala è piena di gente che si muove lenta, come se avessero paura di disturbare le opere. Io no. Io entro come se stessi entrando in un bar.
La prima installazione è una stanza bianca con un altoparlante che emette un suono quasi impercettibile. Io mi avvicino e dico, a voce normale (cioè alta):
«Ma questo è un fischio! Ma chi è il cretino che ha pensato che questo fosse arte?»
Tre persone si girano. Luisa sorride a tutti come se stesse chiedendo scusa per un figlio maleducato. Alberto tossisce. «Anto… magari… un tono più basso.»
«Ma perché? Non sto mica urlando.»
Seconda sala. Un video proiettato su una parete: gente che cammina in città con le cuffie, senza parlarsi. Io commento.
«Ecco, vedi? Questa è la rovina del mondo. La gente non parla più. Io invece parlo sempre. È importante comunicare.»
Una signora mi guarda malissimo. Io le sorrido. Lei no.
Luisa mi prende sottobraccio. «Anto, qui la gente vuole… riflettere.»
«E che riflettano pure. Io rifletto parlando.»
Alberto ride. Non so se con me o di me. Probabilmente di me.
Terza sala. Un’opera gigantesca: un cubo di vetro con dentro delle piume che si muovono con un ventilatore nascosto. Sotto c’è scritto: “Il respiro del mondo”.
Io scoppio a ridere. «Ma dai! Il respiro del mondo? È un ventilatore dell’Ikea!»
Un ragazzo con la barba mi guarda come se avessi bestemmiato. Io gli dico: «Che c’è? Non è vero?»
Luisa mi tira via. «Anto, amore, qui la gente prende tutto molto sul serio.»
«E sbagliano. Io lo dico sempre: se devi fare arte, falla bene. Non con le piume.»
Quarta sala. Un corridoio buio con luci soffuse. La gente cammina piano. Io no. Io entro e dico:
«Oddio, sembra un obitorio! Ma che ansia!»
Un custode mi fa “shhh”. Io lo guardo. «Ma scusi, perché? Sto solo dicendo quello che pensano tutti.»
Alberto si mette una mano sulla fronte. Luisa ride, ma in silenzio, come se avesse paura di essere espulsa.
Arriviamo all’ultima sala. Un’enorme scritta al neon: “ASCOLTA IL TUO SILENZIO”.
Io la guardo. La riguardo. Poi dico:
«Ma io non ho silenzio dentro. Io ho un casino. È normale?»
Una ragazza mi guarda come se avessi confessato un omicidio. Io le sorrido. Lei si allontana.
Luisa mi prende le mani. «Anto, sei… unica.»
«Grazie.»
«Non era un complimento.»
«Lo so.»
Alberto si avvicina. «Anto, ti va un caffè?»
«Sì. Ma non in un posto silenzioso, eh. Io nei posti silenziosi mi sento osservata.»
Luisa ride. Alberto pure. Io no: io sono seria.
Usciamo dal museo. Io dico:
«Comunque, bella mostra. Un po’ noiosa, ma bella. La prossima volta scegliamo qualcosa di più vivace. Tipo… un concerto rock.»
Luisa mi guarda. «Anto, era una mostra sul silenzio.»
«Appunto. Troppo silenzio.»
E mentre camminiamo verso il bar, penso che certe persone non capiscono niente: se l’arte non fa rumore, che arte è?