
Antonella mi risponde al terzo squillo, con quella voce che sembra sempre sul punto di dirmi che ho sbagliato qualcosa. «Dai, usciamo. Pomeriggio. Facciamo due passi» le dico, come se stessi proponendo un colpo di stato.
Lei sospira. «Ok… però ho mia nipote Arianna con me.»
«Perfetto» rispondo troppo in fretta, come uno che non ha capito il pericolo. «Così facciamo… ehm… famiglia allargata.» Già mi pento. Ma ormai è fatta.
Arriviamo a Palazzo dei Priori.
Io sono convinto di dover fare colpo su Antonella, quindi entro in modalità “simpatico”. Il problema è che la mia modalità “simpatico” è un incidente ferroviario annunciato.
Arianna ha diciott’anni, occhi grandi, un’energia che mi mette a disagio. Mi guarda come se fossi interessante. Io, interessante.
Mi viene da ridere, ma non lo faccio perché voglio sembrare adulto, profondo, misterioso. Risultato: sembro stitico.
«Allora, Arianna… ti piace la storia?» le chiedo, indicando il Palazzo, come se l’avessi costruito io. Lei sorride. «Sì, abbastanza.»
«Eh, perché… ehm… qui… ci sono… molte… cose storiche.»
Mi sento morire. Antonella mi guarda come si guarda un uomo che ha appena perso una scommessa con sé stesso.
Camminiamo. Arianna si avvicina troppo. Io cerco di fare il brillante. «Sai che… eh… questo Palazzo… è stato… tipo… importante?»
Lei annuisce, rapita. Antonella invece si passa una mano sulla fronte, come se avesse mal di testa.
Provo un’altra battuta. Peggio della prima. «Qui ci sono … eh… molte opere…storiche, di valore.»
Silenzio. Arianna ride. Antonella no. Io vorrei evaporare.
Arianna mi fa domande. Tante. Troppe.
«Ma tu vivi da solo?» «Sì.»
«E cucini?» «Certo. Sono famoso per… eh… la mia carbonara… liquida.» Perché ho detto liquida. Perché.
Lei ride ancora, come se fossi irresistibile. Antonella mi guarda come se volesse chiamare i servizi sociali.
A un certo punto Arianna mi prende il braccio. Io mi irrigidisco come un palo della luce. «Federico, sei simpaticissimo» dice. Io guardo Antonella, cercando aiuto.
Lei incrocia le braccia.
«Eh, sì, simpaticissimo» ripete, ma con il tono di chi sta valutando l’ipotesi di piantarmi in asso all’istante.
Camminiamo ancora. Io continuo a dire stupidaggini. Arianna continua a ridere. Antonella continua a giudicare. Il sole scende. Io pure.
Quando ci salutiamo, Arianna mi abbraccia forte. «Dobbiamo rivederci» mi sussurra.
Io balbetto qualcosa tipo «Sì, certo, la storia… è importante…»
Antonella mi guarda. «Complimenti, Fede. Hai fatto colpo.»
«Su chi?»
«Su chi potevi.» E se ne va.
Io resto lì, in mezzo al viale, chiedendomi come sia possibile che ogni volta che provo a fare il brillante divento un cartone animato.