
Ice Out! E’ questo il grido che è risuonato per le strade di Minneapolis durante lo sciopero generale di venerdì scorso.
La rabbia della popolazione di Minneapolis è montata dopo l’uccisione da parte degli agenti federali di un residente bianco di 37 anni, cittadino americano, con regolare porto d’armi, colpito al petto a bruciapelo da agenti dell’Ice.
È la seconda vittima registrata nella città del Minnesota, che segue quella di Renee Good che ha già destato forte indignazione in tutto il Paese.
Ad accrescere il risentimento della popolazione locale, che venerdì è scesa in piazza in massa dopo la proclamazione di uno sciopero generale, anche gli arresti di bambini figli di immigrati: l’ultimo è quello di una bimba di due anni.
Tutto questo è avvenuto in una cornice di odio, violenze e soprusi effettuati nel corso della caccia ai migranti condotta dall’Ice, che ha portato a circa 3.000 arresti effettuati in una città di 400mila abitanti.
Quella di ieri potrebbe diventare la più grande azione dei lavoratori nella storia del Minnesota, come ha dichiarato al New York Times Christa Sarrack, presidente di un sindacato che rappresenta i lavoratori ospedalieri dello stato.
Allo sciopero hanno aderito centinaia di attività che sono rimaste chiuse, con una grande partecipazione di lavoratori e cittadini, che hanno marciato compatti.
Nel corso della manifestazione, un gruppo di leader religiosi si sono inginocchiati sull’asfalto per pregare, in segno di denuncia morale contro la repressione in corso; subito dopo, 100 di loro sono stati arrestati.
Anche Jacob Frey, il sindaco di Minneapolis, si è apertamente schierato contro l’Ice, per condannare i soprusi. Nei giorni scorsi, dopo l’uccisione di Renee Good, fece scalpore la dura presa di posizione del primo cittadino di Minneapolis contro l’Ice, letteralmente invitata, senza giri di parole, ad “andarsene a quel paese”.