
Arte contemporanea
Io non so perché ho accettato di venire a questa mostra. Forse perché Barbara mi ha guardato con quella faccia da “non farmi andare da sola”, forse perché volevo sembrare un uomo colto, forse perché non avevo una scusa pronta.
Fatto sta che eccomi qui, in un museo d’arte contemporanea, davanti a un cubo di plexiglass che contiene… niente.
«È un’opera sul vuoto» dice Barbara. «Mi sembra un contenitore per il panettone» rispondo. «Davide…» «Ok, ok. Sto cercando di essere aperto.»
«Sei aperto come un bar chiuso per ferie.» «È un inizio.»
Lei ride. Io mi rilasso un po’.
Passiamo alla sala successiva. C’è una struttura enorme fatta di tubi, luci intermittenti e un rumore che sembra un frigorifero che soffre.
«Questa rappresenta l’alienazione urbana» dice Barbara.
«Io rappresento l’alienazione urbana» rispondo.
«Davide…» «Sto scherzando.»
«Lo so. Ma prova a guardarla senza giudicare.»
«Sto provando. È difficile.» «Lo so.»
E proprio mentre sto per dire qualcosa di intelligente — o almeno ci provo — succede.
Da dietro la struttura di tubi, con un bicchiere di prosecco in mano e un’espressione da “ma che è ’sta roba?”, compare lei.
Sabrina.
La cassiera del supermercato. In un museo d’arte contemporanea. Come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Aho… ma guarda chi ce sta» dice, avvicinandosi. Barbara sgrana gli occhi. Io pure.
«Sabrina?» «E chi sennò? Che, nun me riconosci senza la cassa?»
«No, sì… è che…» «Che ce fate qui?»
«Vediamo la mostra» dice Barbara. «Ah.»
Pausa.
«E ve piace?»
«Sì» risponde Barbara.
«Sto cercando di capirla» rispondo io. «Ecco, me pareva.»
Sabrina si guarda intorno. Osserva un quadro fatto solo di una linea nera su sfondo bianco.
«Aho, ma ’sta cosa l’ho vista ieri sul muro der supermercato. Era ’n graffito. Qui ce fanno pagà venti euro pe’ vedello.»
«È concettuale» dice Barbara. «Sì, concettuale ’na ceppa.»
Io cerco di non ridere. Non ci riesco.
«E tu che ci fai qui?» chiedo.
«Mi ce porta er cugino mio. Dice che me devo “apri’ la mente”. Io gl’ho detto: “Aprete ’na finestra, che se more de caldo”.»
Barbara ride. Io pure. Sabrina no: lei è serissima.
Ci spostiamo verso un’altra sala. C’è un video proiettato su una parete: un uomo che cammina in un deserto per dieci minuti senza fare niente.
«Questo rappresenta la solitudine dell’individuo» dice Barbara.
«Questo rappresenta uno che s’è perso» dice Sabrina. «Sabrina…»
«Che? È vero.»
Poi si gira verso di me. «Aho, ma tu che ce fai co’ ’sta donna? Sei troppo nervoso pe’ l’arte.»
«Sto cercando di migliorarmi.» «E come te va?»
«Male.» «Eh, se vede.»
Barbara mi dà una gomitata. Sabrina se ne accorge.
«Aho, nun litigate, eh. Che già ce pensa l’arte a fa’ venì l’ansia.»
Poi si avvicina a Barbara. Le parla a bassa voce. Ma io sento.
«Brava però, che te lo tieni. È ’n tipo complicato, ma c’ha l’occhi buoni.» Barbara sorride. Io fingo di non aver sentito.
Sabrina si allontana verso un’altra sala. Prima di sparire dietro una scultura fatta di sedie impilate, si gira e dice:
«Aho… ve lo dico: siete meglio de ’na serie TV. Nun me fate perde la prossima puntata.»
E se ne va. Come se fosse sempre stata parte della mostra.
Barbara mi guarda. «Davide…» «Sì?»
«Io la adoro.» «Anch’io.» «E ora?»
«Ora guardiamo l’installazione successiva.» «Quella con le lampadine che si accendono a caso?» «Sì.» «Davide…» «Lo so. È perfetta per noi.»