
Io non amo fare shopping. Lo faccio quando serve, come si fa un vaccino: rapido, indolore, senza sentimentalismi. Però oggi mi servono un paio di jeans decenti, e la COIN di San Giovanni è sulla strada. E siccome Cristiano passava “casualmente” da quelle parti — lui passa casualmente ovunque io sia, è una sua abilità paranormale — eccoci qui.
Appena entriamo, lui si irrigidisce come se avesse varcato la soglia di un tempio sacro. Io lo guardo. Lui finge di guardare una pila di maglioni. La pila di maglioni finge di non guardarlo.
«Allora, cosa cerchi?» mi chiede, con un tono che vorrebbe essere disinvolto ma sembra più un’interrogazione di polizia.
«Jeans.» «Ah. Giusto. Sì. Jeans. Perfetto. Io… ti seguo.» E già questo è un problema: Cristiano non segue. Cristiano aderisce. Come un post-it emotivo.
Arriviamo al reparto donna. Lui si ferma sulla soglia, come se avesse paura di entrare in territorio ostile.
«Cristiano, non è un ginepraio. È un negozio.» «Sì, ma… ci sono… cose.» «Cose?» «Cose da donna.» «Ti spaventano?» «Un po’.»
Lo guardo. Ha trent’anni. È un uomo adulto. E ha paura dei reggiseni appesi.
Io prendo un paio di jeans e vado verso il camerino. Cristiano mi segue, ovviamente, ma si ferma a distanza regolamentare, come un cane ben addestrato.
«Aspetto qui,» dice. «Bravo.» «Se hai bisogno…» «Non ho bisogno.» «Certo. Ovviamente. Giusto.»
Entro nel camerino. Chiudo la tenda. E da fuori sento il suo respiro. Cristiano respira forte quando è nervoso. È come un motore diesel.
Provo i jeans. Sono orribili. Esco.
Cristiano mi guarda come se stessi sfilando a Parigi. «Stai benissimo.» «Cristiano, sono larghi.» «Ma larghi bene.» «Non esiste “larghi bene”.» «Secondo me sì.»
Torno dentro. Provo un altro paio. Esco.
«Stai benissimo.» «Cristiano, questi sono stretti.» «Ma stretti bene.» «Cristiano…» «Che c’è?» «Non esiste neanche “stretti bene”.»
Lui arrossisce. È tenero. È imbarazzante. Una combinazione letale.
Poi succede la cosa peggiore: arriva la commessa.
Una donna sui cinquanta, truccata come se dovesse andare in scena al Sistina, con un sorriso che sembra incollato con l’attack.
«Ciao amore, cerchi qualcosa di particolare?» «Jeans,» rispondo. «Ah, certo, certo, certo…» Lei mi squadra. Poi squadra Cristiano. Poi mi risquadra. Poi risquadra Cristiano.
E capisce tutto. Le commesse capiscono sempre tutto.
«Lui è il fidanzato?» Cristiano si irrigidisce. Io pure. «No,» dico. «No,» dice lui. «Ah,» fa lei, con un tono che significa: Sì, certo.
Poi si rivolge a Cristiano. «Amore, siediti pure lì, che ti stanchi.» Cristiano obbedisce. Cristiano obbedisce sempre alle donne che lo chiamano “amore”.
Io provo altri jeans. Esco. Rientro. Esco. Rientro. Cristiano commenta ogni volta come se stesse recensendo un’opera d’arte contemporanea.
«Questi ti slanciano.» «Questi ti valorizzano.» «Questi ti… ti… ti…» «Cristiano, respira.» «Sì.»
Poi, mentre provo l’ennesimo paio, sento un tonfo. Esco. Cristiano è caduto dalla sedia. La commessa lo guarda come si guarda un cucciolo che ha sbattuto contro una porta.
«Tutto bene, amore?» «Sì… sì… credo…» «Ti porto un bicchiere d’acqua?» «No, grazie…» «Te lo porto lo stesso.»
Io mi avvicino. «Cristiano, ma che hai?» «Niente… solo… mi sono emozionato.» «Per dei jeans?» «No… per…» Si blocca. Arrossisce. Si riprende. «Perché la sedia era scivolosa.»
Io lo guardo. Lui guarda il pavimento. La commessa torna con l’acqua. Cristiano la beve come se fosse un sacramento.
Alla fine trovo un paio di jeans decenti. Pago. Usciamo.
Fuori dalla COIN, lui cammina accanto a me in silenzio. Poi dice:
«Cinzia… posso dirti una cosa?» «Dimmi.» «Se vuoi… la prossima volta… ti accompagno ancora.» «Cristiano, ti sei quasi rotto una caviglia.» «Sì, ma… è stato bello.»
Io sorrido. Lui non lo vede. Meglio così.
«Vedremo,» dico.
E lui, per poco, non inciampa di nuovo.