
Non so perché, ma Davide ha sempre avuto la capacità di sedersi sul mio divano come se fosse un vecchio marinaio reduce da tre tempeste e mezzo naufragio. Oggi non fa eccezione: entra, si lascia cadere, sospira come se avesse appena spinto un pianoforte su per tre rampe di scale.
«Zio, certe volte mi chiedo come ho fatto a non diventare un disastro ambulante.»
Io gli passo una tazza di tè. Non perché il tè serva a qualcosa, ma perché un adulto che consegna una tazza di tè sembra automaticamente più saggio. «Ma quale disastro. Tu eri solo… come dire… un prototipo. E i prototipi, si sa, hanno bisogno di manutenzione.»
Lui ride, scuote la testa. «Manutenzione? Zio, tu hai fatto molto più di così.»
E qui, lo ammetto, mi viene quella tenerezza che cerco sempre di mascherare con un po’ di ironia perché, se no, mi sciolgo come un gelato al sole. «Davide, avevi una famiglia complicata. Non serve entrare nei dettagli: bastava guardarti negli occhi per capire che ti serviva qualcuno che non scappasse al primo temporale.»
«E tu non sei scappato mai.»
«Ma figurati. Io adoro i temporali. E poi tu eri un ragazzino testardo: se non ti avessi tenuto io, avresti finito a fare a pugni con il mondo intero.»
Lui si passa una mano tra i capelli, come faceva a quattordici anni quando cercava di sembrare più grande. «Sai cosa mi fa strano? Che io certe cose le ho capite solo dopo. All’epoca pensavo che tu fossi solo… boh, uno zio un po’ invadente.»
«Invadente? Io? Ma se ti ho lasciato crescere come un’erbaccia!»
«Appunto. Mi hai lasciato crescere, ma non mi hai lasciato solo.»
E qui, lo giuro, mi si stringe qualcosa nel petto. Ma non glielo faccio vedere: io sono l’inguaribile ottimista della famiglia, mica posso mettermi a fare il sentimentalone.
«Davide, ascolta. Tu hai fatto tutto il lavoro duro. Io ho solo dato qualche spinta qua e là. E qualche calcio nel sedere, quando serviva.»
«Quelli sì, me li ricordo bene.»
«E ti hanno fatto bene, guarda come sei venuto su. Un uomo per bene, con la testa sulle spalle. E soprattutto con un talento raro: non ti sei lasciato definire da quello che ti è mancato.»
Lui rimane in silenzio un attimo. Poi: «Zio… grazie.»
«Oh, per carità, non cominciare. Se mi ringrazi ancora, ti faccio fare un’altra tazza di tè e questa volta la bevi tutta.»
«Che minaccia terribile.»
«Lo so. Funziona sempre.»
Ridiamo. E in quella risata c’è tutto: l’infanzia difficile, l’adolescenza ancora peggio, le assenze, le ferite, le notti in cui bussava alla mia porta senza dire una parola. E c’è anche il fatto che, nonostante tutto, eccoci qui: due uomini che si vogliono bene senza bisogno di farne un monumento.
Io gli do una pacca sulla spalla. «Davide, la verità è semplice: tu sei la mia opera meglio riuscita.»
«Zio, non sono mica un mobile dell’IKEA.»
«Appunto. Tu non hai nemmeno le istruzioni.»
E lui ride di nuovo, quella risata che ha sempre avuto: un po’ storta, un po’ timida, ma vera. E io penso che sì, forse non ho fatto poi così male.