
Mi chiamavo Isabella Noventa.
Avevo 55 anni, vivevo ad Albignasego, lavoravo come impiegata e conducevo una vita semplice, fatta di affetti, famiglia e sogni normali.
La mia ultima sera è stata il 15 gennaio 2016: una pizza con Freddy, l’ex compagno. Non immaginavo che mi stava attirando in una trappola mortale. Da quella notte, del mio corpo non si è più saputo nulla.
Le telecamere di Padova ripresero una donna col mio piumino bianco, in piazza dei Signori. Ma quella donna non ero io: era Manuela Cacco, complice di Freddy, che inscenava la mia uscita solitaria per depistare le indagini.
Poche settimane dopo, Freddy, la sorella Debora Sorgato e la stessa Cacco furono arrestati. Processati e condannati: 30 anni per i fratelli, 16 anni e 10 mesi per Manuela. Oggi qualcuno di loro ha già i primi permessi di lavoro fuori dal carcere. Io, invece, non ho avuto giustizia piena.
Perché un vero funerale non c’è mai stato: il mio corpo non è stato trovato. Un sub della polizia, Rosario Sanarico, ha perso la vita cercandomi nelle acque del Brenta. È lui l’eroe di questa storia, che ha pagato con la vita il prezzo della crudeltà altrui.
I giudici hanno scritto che il mio è stato un delitto premeditato, commesso con la freddezza di chi prepara una messinscena: il sacco, la corda, l’auto usata per occultare il corpo, la passeggiata finta col mio giubbino. Ma nessuno ha mai detto dove sono finita.
Mia madre Ofelia è morta senza potermi piangere, senza un luogo dove pregare. Mio fratello Paolo ancora aspetta di restituirmi dignità con una sepoltura.
Il mio caso è diventato un manuale di criminologia: nessun cadavere, nessuna arma, nessun movente chiaro. Ma una verità resta limpida: sono stata uccisa da chi non accettava la mia libertà.
Non dimenticatemi. Perché io potevo essere vostra sorella, vostra figlia.