
o non disegno mappe del mondo. Non mi interessa dove finiscono le strade, dove iniziano i confini, dove si incontrano i fiumi. Quello lo sanno già tutti, o credono di saperlo. Io disegno mappe di un’altra cosa: le attese.
Le attese sono territori vasti, mutevoli, difficili da attraversare. Alcune sono deserti, altre foreste, altre ancora città abbandonate dove ogni finestra sembra sul punto di aprirsi. La gente non lo sa, ma quando aspetta qualcosa — una risposta, un ritorno, un segno, un coraggio — entra in uno di questi luoghi. E io lo vedo. Io lo traccio.
La mia bottega è piccola, nascosta tra due edifici che non ricordano più il proprio nome. La porta è sempre socchiusa, perché chi arriva qui non bussa mai: entra e basta, come se fosse attirato da una forza che non capisce. Oggi, per esempio, è entrata una donna. Non ha detto nulla. Si è seduta davanti a me e ha appoggiato le mani sul tavolo. Le sue dita tremavano appena, come se stessero cercando qualcosa da afferrare.
«Da quanto tempo aspetti?» le chiedo. Lei non risponde. Non serve. Le attese parlano più delle persone.
Davanti a lei, sul tavolo, si forma una macchia di luce. È così che cominciano le mappe: una chiazza informe, un bagliore che pulsa come un cuore. Io prendo la penna — una penna che non scrive inchiostro, ma direzioni — e tocco il bordo della luce. La macchia si espande, si allunga, si divide. Diventa un territorio.
Questa donna, capisco subito, aspetta da molto. La sua attesa è una pianura immensa, attraversata da sentieri sottili che non portano da nessuna parte. Ogni tanto, un albero solitario. Ogni tanto, un pozzo asciutto. Ogni tanto, una casa senza porte.
«Hai camminato tanto» dico. Lei annuisce. «E non hai trovato nulla.» Un altro cenno.
Le attese lunghe sono così: ti fanno camminare in cerchio, ti fanno credere che stai andando avanti, ma in realtà stai solo consumando le suole. Io traccio un sentiero più spesso, che parte dal centro della pianura e va verso nord. La donna lo guarda come se lo vedesse davvero, non solo sulla carta.
«Questo è il punto in cui hai smesso di crederci» dico. Lei chiude gli occhi. Li riapre lucidi. «E questo» aggiungo, tracciando un altro segno, «è il punto in cui hai ricominciato.»
La mappa vibra. Le attese fanno così quando vengono riconosciute: si muovono, respirano, cambiano forma. La pianura si restringe. Al suo posto compare una collina. In cima, una porta.
La donna la guarda. «Non l’ho mai vista» sussurra. «Perché non ti sei mai fermata abbastanza a lungo» rispondo.
Le attese non si superano correndo. Si superano fermandosi. È una cosa che quasi nessuno capisce.
La donna allunga la mano verso la mappa. La punta delle sue dita sfiora la porta disegnata. La porta si apre. Dalla fessura esce una luce calda, morbida, come un ricordo che non fa più male.
Lei trattiene il fiato. «È questo che aspettavo?» «Non lo so» dico. «Io non disegno ciò che trovi. Disegno ciò che cerchi.»
La donna si alza lentamente. La mappa si dissolve, come neve che tocca l’acqua. Resta solo un piccolo segno sul tavolo: un punto dorato, grande quanto una lacrima. Lei lo guarda come se fosse un tesoro.
«Posso portarlo con me?» «No» rispondo. «Ma puoi ricordarlo. E questo basta.»
Lei esce senza fare rumore. La porta si richiude da sola, come sempre.
Resto solo. Davanti a me, il tavolo è vuoto. Ma so che presto arriverà qualcun altro. Le attese non finiscono mai. Cambiano solo volto.
Mi alzo e guardo la parete di fronte. È piena di mappe incomplete, appese come quadri che nessuno ha mai finito di dipingere. Ognuna appartiene a qualcuno che non è ancora tornato. Ognuna aspetta un passo, una scelta, un sì, un no.
Io non so se torneranno. Non è il mio compito. Io non giudico, non spingo, non anticipo. Io traccio.
E mentre prendo un foglio nuovo, sento un’altra presenza avvicinarsi alla porta. Un’altra attesa che cerca forma. Un altro territorio da disegnare.
Sorrido. Il mondo crede di essere fatto di strade, confini, città. Io so che è fatto di qualcos’altro: di tutto ciò che le persone non hanno ancora trovato il coraggio di raggiungere.
E io sono qui per mapparlo.