
Oggi cammino senza meta, che è il mio modo preferito di fingere che io abbia un piano. Il cielo sopra di me è di quel blu che sembra quasi un’opinione, non un colore. E mentre avanzo, mi viene da parlare da solo. Lo faccio spesso, ma oggi mi sorprendo a farlo ad alta voce, come se stessi lasciando un messaggio vocale a qualcuno che non ascolterà mai.
«Dai, dammi un segno» dico. Lo dico al cielo, ma anche un po’ a me stesso, e un po’ a quella parte di me che continua a credere che le cose accadano quando devono accadere, non quando le aspetti.
E proprio mentre lo dico, una foglia secca mi cade sulla spalla. Una foglia. Una. Solitaria. Precisa. Come se il tiglio avesse aspettato il mio comando per lasciarla andare.
Mi fermo. La guardo. Sorrido. «Ok» dico, «non era esattamente il tipo di segno che avevo in mente, ma apprezzo lo sforzo.»
La foglia non risponde, ovviamente. Ma il cielo sì: si apre un varco di luce, un raggio obliquo che mi colpisce in pieno viso. E io resto lì, immobile, come se qualcuno avesse appena acceso un riflettore su di me.
«Va bene» aggiungo, «forse oggi non sono io che devo capire qualcosa. Forse sei tu che vuoi dirmi che non tutto è fermo, anche quando sembra fermo.»
Riprendo a camminare. La foglia la tengo in mano, come un biglietto da visita dell’universo. E mentre la sfioro con il pollice, mi accorgo che la mia frustrazione — quella che mi porto dietro da giorni — si è spostata di qualche millimetro. Non è sparita, ma si è mossa. E a volte basta questo per respirare meglio.
Quando arrivo alla fine del viale, mi volto. Il tiglio è lì, immobile, come se non avesse fatto niente. «Grazie» gli dico. E non mi sento neanche stupido.
Perché certe giornate non hanno bisogno di miracoli. Solo di un segno minuscolo che ti ricorda che non sei bloccato: sei solo in attesa del prossimo passo.