
Ho una collezione segreta. Non di oggetti, non di ricordi, non di fotografie. Colleziono cose che non dico.
Le tengo in ordine sparso, come biglietti infilati in tasche diverse. Alcuni li dimentico, altri li ritrovo quando meno me l’aspetto, altri ancora li tengo stretti perché so che, se li lasciassi andare, cambierebbe qualcosa che non sono pronta a cambiare.
Oggi, per esempio, cammino verso il lavoro e mi accorgo che sto aggiungendo un nuovo pezzo alla collezione. È una frase semplice, quasi banale: “Mi manca avere qualcosa che mi sorprenda.”
Non la dico a nessuno. Non perché sia un segreto, ma perché non saprei spiegare cosa intendo davvero. Non è nostalgia, non è tristezza. È più come quando apri un cassetto e ti accorgi che è vuoto, ma non ricordi cosa ci fosse dentro prima.
Cristiano mi ha scritto stamattina. Una cosa breve, una delle sue frasi che sembrano leggere e invece pesano. L’ho letta due volte, poi l’ho messa via. Non l’ho aggiunta alla collezione, però. Lui non finisce mai lì dentro. Lui è un’altra categoria: le cose che non dico a lui sono diverse da quelle che non dico al mondo.
Arrivo al semaforo. Una signora anziana mi guarda come se sapesse tutto. Sorrido. Lei non ricambia. Forse anche lei ha una collezione, penso. Forse la tiene nella borsa, tra le chiavi e le caramelle alla menta.
Quando il semaforo diventa verde, attraverso. E mi accorgo che la frase di prima — quella sulla sorpresa — si è già spostata. Non è più un peso. È diventata un promemoria.
Forse non mi manca qualcosa che mi sorprenda. Forse mi manca solo il coraggio di lasciarmi sorprendere.
E questa, sì, la metto nella collezione. Ma in prima fila.