
Immaginate Agostino oggi.
Stessa inquietudine, stesso bisogno di verità.
Ma con in tasca psicologia, neuroscienze, fisica, ecologia.
Finalmente capirebbe che molte delle sue colpe non erano peccati, ma conflitti interiori.
Che il desiderio non è il nemico ma un punto di partenza.
Che la grazia non è magia che scende dal cielo, ma la capacità – fragile, umanissima – di cambiare direzione ricevendo illuminazione.
Forse smetterebbe di pensare l’uomo come il centro ferito del cosmo e inizierebbe a vederlo come parte di una rete: relazioni, equilibri, responsabilità. Il cosmo di cui è parte e consapevole custode.
Il peccato originale non come macchia ereditaria, ma come metafora di un sistema che si rompe e chiede di essere riparato.
Il tempo non come colpa dell’anima, Dio non come giudice, la Chiesa non come tribunale.
Una teologia meno ossessionata dal controllo
e invece impegnata nella cura.
Guarire dalla paura del desiderio
ed educare lo spirito alla complessità.
Agostino confuterebbe molto di se stesso.
E forse scriverebbe ancora le Confessioni, ma solo come diario di consapevolezza alla libera coresponsabilità compassionevole.
Se sapesse quel che sappiamo noi di psicologia, fisica, scienza, ecologia, si dispiacerebbe a scoprire che malsane idee ha ancora la teologia cattolica in tema di peccato originale, celibato, sessualità felice, ministero femminile, custodia del creato in quanto dono. Sarebbe inorridito da come i suoi pensieri non sono stati fatti maturare con il tempo e le conoscenze ma lasciati ai tempi oscuri e trasformati in uno schema rigido e spietato. Chi lo cita e lo usa oggi come spada del giudizio per mortificare, spaventare ed estromettere è il suo peggior nemico.