
Sono sempre stati pochi chiari i motivi i motivi che hanno portato allo scioglimento del gruppo della Smorfia.
Una volta, intervistato, Troisi disse: “Mentirei se dicessi che l’intesa è venuta meno solo sul piano artistico. In effetti si erano create anche delle divergenze sul piano dei rapporti umani, specialmente tra me e Decaro. Siamo fatti diversamente, non so chi abbia ragione, ma al punto in cui eravamo occorreva un out definitivo. Poi c’è stato anche il fatto che non riuscivo più a scrivere mini atti per tre. Diciamo la verità: La Smorfia mi limitava. Per me che intendo dire tante cose, era come muovermi in un cerchio chiuso. Avrei potuto adagiarmi, tirare avanti per altri 4-5 anni e fare un sacco di soldi”.
Dal canto suo, Lello Arena, nel libro auto-biografico “C’era una volta. La fiaba un po’ storta di un incontro” ha racconto la sua versione dei fatti:
“Dopo il tripudio e gli eventi pirotecnici di questo biennio, nonostante si raccolgano i copiosi frutti del lavoro fatto, e fatto molto bene, nel ‘78 si comincia a sentire un po’ di stridio di gesso sulla lavagna.
Si cammina invano a passo svelto sulle lastre di ghiaccio, e si prova a rimettere il mercurio liquido
nel termometro già rotto.
Succedono tante cose che, anziché produrre un vortice solido e potente diretto verso un’unica
direzione, frullano l’acqua in giro.
Il cinema si faceva avanti, seducente e misterioso. Misterioso perché nessuno di noi tre ne sapeva
niente.
Le prime proposte, ovviamente, cercavano di portare sul grande schermo il prodotto così com’era piaciuto al pubblico, e quindi coinvolsero La Smorfia come gruppo. […] Potevamo anche farlo insieme. Magari lo avremmo fatto bene, come tutto il resto. E forse avremmo
imparato tante cose sul mezzo, prima di avviarci verso i nostri esordi cinematografici.
Ma si avvertiva molto nettamente una mancanza di senso di prospettiva. E il fatto che a mancare di prospettiva fosse una miniera d’oro, gettava subito una luce malevola su chiunque dichiarasse di volersene occupare. Lo faceva non di certo per l’arte, ma per i soldi che sperava di guadagnare. E questi sospetti aumentavano ulteriormente la mancanza di una prospettiva comune.
Il cinema, però, insiste, e cominciano ad arrivare delle proposte individuali.
Enzo fa i primi incontri. Io, invece, aspetto. Va tutto troppo veloce, e non capisco.
Mauro Berardi, che sarà poi il produttore dei film di Massimo e anche di qualcuno dei miei, inizia a parlare in maniera più concreta con lui.
Dietro alle sirene del cinema, però, c’è ben altro.
È chiaro che scrivere per La Smorfia, sempre per la stessa formazione, per tre persone, può essere faticoso. Magari dall’esterno non si nota ancora, ma dall’interno si vede già che la corda comincia a dare segni di sofferenza.
Negli ultimi pezzi del nostro repertorio, proprio per porre rimedio a questo problema, abbiamo iniziato a moltiplicare i personaggi, pur di non rinunciare a un’idea o a una trovata comica. Tuttavia, doppi o tripli ruoli sembrano più un sintomo che la soluzione del problema.
Per quanto riguarda, invece, i dissapori, le differenze di carattere, i punti di vista, a me pare che ci siano sempre stati… ma che ora non ci sia più la volontà, oltre che la convenienza e la necessità, di sopportarli.
Mi piacerebbe fare l’autore che, a questo punto, si gioca lo scoop del libro e finalmente rivela ai lettori il vero perché della fine della Smorfia. Ma non c’è una vera ragione. O, almeno, non ce n’è una sola.
Mi è sempre sembrata una delle “nostre” decisioni troppo drastiche e affrettate. E, fra tutte, neanche la migliore.
Il 16 ottobre 1979 mi sposo con Betty.
Proprio la stessa ragazza che avevo conosciuto con la leva teatrale del Centro Teatro Spazio.
La Smorfia partecipa all’evento al gran completo. Facciamo anche delle foto per «Sorrisi e Canzoni», mentre, tanto per cambiare, siamo ospiti della masseria di Alfredo. Tutti in smoking, con la sposa in grande spolvero e bellezza.
Io, Massimo ed Enzo recitiamo ancora insieme durante i diciannove giorni di sold out al Metropolitan di Napoli e nell’ultima uscita televisiva, nel gennaio 1980, per “Giochiamo al varieté di Antonello Falqui.
Poi La Smorfia termina, per sempre, ogni attività. Non succede nient’altro che sia degno di nota.
A questo punto, decido di iscrivermi di nuovo all’università. Con il recupero degli esami già fatti, posso frequentare direttamente il secondo anno.
Intanto, io, Massimo, Gaetano e Anna continuiamo a vivere insieme a via Como.
[…]
Dopo una discreta serie di proposte, ripensamenti, valutazioni, perplessità e idee, Mauro Berardi si era accordato con Massimo affinché scrivesse e dirigesse il suo primo film. Aveva ipotizzato di
affiancargli qualche sceneggiatore esperto.
[…]
Massimo mi aveva chiesto infatti, di continuare a collaborare con lui e io avevo accettato. Con che ruolo e a che titolo era ancora da vedere, ma mi sembrava una questione che si sarebbe definita
rapidamente da sola.
[…]
Nel frattempo, anche Enzo aveva debuttato con un film scritto e diretto da lui, “Prima che sia troppo presto”. Io non avevo quel sacro furore a spingermi a forzare le tappe. Su “Ricomincio da tre” mi ero molto divertito, ma non mi pareva una ragione sufficiente per tentare subito un debutto alla regia”.
Pare, quindi, che i maggiori dissapori si fossero creati fra Massimo Troisi ed Enzo Decaro; anche perché Troisi e Lello Arena collaborarono in ben tre quattro film insieme dopo lo scioglimento della Smorfia.
Inoltre su Enzo Decaro non si trovano in rete informazioni sul periodo post-scioglimento de La Smorfia. A parte il film da lui diretto ed interpretato del 1981, dal 1982 al 1988 non si hanno informazioni su di lui.
Qualcuno possiede qualche informazione in più sul rapporto fra Troisi e Decaro e sulle attività da attore di Decaro dal 1982 al 1988.