
Gilda Radner disse che quando lo vide fu come “una cometa che colpisce la terra”.
Era il 1981, sul set di Hanky Panky (Fuga pericolosa). Il mondo li conosceva come due dei volti più divertenti di Hollywood. Ma tra loro accadde qualcosa che non aveva nulla a che fare con le battute.
Fu immediato.
Gilda era l’anima di Saturday Night Live, capace di trasformare una parrucca storta o un balbettio nervoso in pura arte comica. Gene Wilder era il genio eccentrico di Willy Wonka & the Chocolate Factory (Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato) e di Young Frankenstein (Frankenstein Junior), un uomo che portava negli occhi una malinconia poetica anche nei ruoli più folli.
Quando si sposarono nel 1984, sembrava l’unione di due stelle destinate a brillare insieme. Si ritirarono in Connecticut, lontano dal caos, cercando una vita semplice. Un rifugio dove essere solo Gene e Gilda.
Poi arrivò un sussurro.
A metà degli anni ’80, Gilda iniziò a sentirsi stanca in modo inspiegabile. Una fatica che non passava. Dolori vaghi. Consultò un medico, poi un altro. Per dieci lunghi mesi ricevette diagnosi sbagliate: stress, nervosismo, troppo lavoro.
Intanto il suo corpo cambiava.
La frustrazione di non essere ascoltata divenne quasi più dolorosa dei sintomi. Gene vedeva la luce di sua moglie affievolirsi senza sapere contro cosa stessero combattendo.
Nel 1986 arrivò la diagnosi: tumore ovarico al quarto stadio.
Troppo tardi.
Quello che seguì fu una prova d’amore silenziosa e quotidiana. Chemioterapia, interventi chirurgici, speranze che si accendevano e si spegnevano. Gene non fu solo un marito presente: diventò il suo sostegno costante. Imparò il linguaggio degli oncologi, il ritmo degli ospedali, l’arte di restare forte quando tutto si spezza.
E Gilda, fedele al suo spirito, cercò ancora di trovare ironia nell’orrore. Parlava della sua “carriera nel cancro”. Tornò perfino a Saturday Night Live per dimostrare che era ancora lì. Ancora viva. Ancora combattiva.
Negli ultimi mesi scrisse parole che sembrano sospese nel tempo:
“Volevo un finale perfetto. Ora ho imparato, nel modo più difficile, che alcune poesie non fanno rima, e alcune storie non hanno un chiaro inizio, metà e fine. La vita è non sapere, dover cambiare, prendere il momento e farne il meglio, senza sapere cosa accadrà dopo. Deliziosa ambiguità.”
Il 20 maggio 1989, a 42 anni, Gilda morì.
Gene non si limitò a piangerla. Trasformò il dolore in azione. Contribuì alla nascita del Gilda Radner Hereditary Cancer Program e fondò Gilda’s Club, una rete di sostegno per chi affronta il cancro, perché nessuno dovesse sentirsi solo come loro si erano sentiti all’inizio.
Visse quasi trent’anni dopo di lei. Ma chi lo conosceva diceva che Gilda non era mai lontana dai suoi pensieri.
Quando morì nel 2016, molti immaginarono che quella cometa avesse finalmente ritrovato la sua orbita.
E che, da qualche parte, le risate fossero ricominciate.