
A Bnei Brak, città vicino a Tel Aviv, due soldatesse vengono cacciate e inseguite da masse di haredim inferociti mentre gli agenti le mettono in salvo in un luogo sicuro.
È il sintomo visibile della tensione interna israeliana sulla leva/arruolamento.
Israele sta tirando una corda interna: genocidio , guerre , leva, esenzioni, potere politico. E mentre chiede sacrificio, una parte del Paese lo rifiuta — pubblicamente.
Questa frattura non è temporanea. È strutturale: gli ultra-ortodossi crescono rapidamente come quota di popolazione, e con loro cresce il conflitto su chi serve, chi paga, chi decide.
La guerra chiede uomini e bilancio, ma le esenzioni dalla leva per gli haredim restano.
Oggi sono circa 7%; con questi trend possono arrivare a ~25% in 40 anni.
Alta natalità, bassa partecipazione al lavoro: la Banca d’Israele avverte che escluderli da leva e lavoro rende il sistema insostenibile.
Gli haredim sono teologicamente anti-sionisti: ritiene che uno Stato ebraico sovrano non debba esistere “per mano dell’uomo” prima dell’era messianica, e che la sovranità politica sia un fatto religioso da rimandare alla redenzione. Per altri, invece, il rifiuto non è “Israele” in astratto, ma l’obbligo di leva e l’idea stessa di uno Stato che imponga la sua disciplina alla loro comunità.