
Undici anni. In undici anni di presidenza, Sergio Mattarella non aveva mai presieduto i lavori ordinari del Consiglio Superiore della Magistratura. Mai.
Il 18 febbraio l’ha fatto.
E il motivo ha un nome e un cognome: Carlo Nordio. Il ministro della Giustizia che una settimana fa ha definito il sistema del CSM “para-mafioso.”
Che ha detto di Gratteri, sotto scorta da trent’anni perché la ’Ndrangheta ha pianificato di ucciderlo, che avrebbe bisogno di un “esame psico-attitudinale psichiatrico.”
Mattarella non ha urlato. Ha fatto qualcosa di molto più potente: si è alzato, è andato al CSM e si è seduto lì. Di persona. Per la prima volta in undici anni.
Poi ha parlato. E ha detto:
“Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare ancora una volta il valore del ruolo di rilievo costituzionale del CSM, soprattutto la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte delle altre istituzioni nei confronti di questa istituzione”.
Tradotto: il ministro della Giustizia offende i magistrati e il Presidente della Repubblica va a sedersi in mezzo a loro.
Questo è il modo di Mattarella: un gesto istituzionale che pesa come un macigno. Un presidente che in undici anni non aveva mai sentito il bisogno di presiedere i lavori ordinari del CSM e che oggi lo fa perché un ministro della Repubblica ha chiamato “para-mafiosi” gli stessi magistrati che la mafia uccide e “pazzi” quelli che la combattono.
Nordio dal salotto dà del mafioso ai giudici. Mattarella si alza e va a sedersi con loro.
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