
La discesa della Grazia da un siddha disincarnato, “il tocco di un siddha non va mai per disperso”, Bābā Muktānanda.
Ieri una donna, che pratica con me mantra e meditazione da poco, mi racconta di un’esperienza per lei strana. Mi dice: “l’altro giorno guardando una foto di Ramaṇa Mahārṣi, sono stata rapita all’interno, ho sentito tanto amore, mi sono sentita protetta, i suoi occhi sono diventati improvvisamente grandi e un qualcosa è uscito da loro, mi sono commossa”. Meraviglioso, ha ricevuto dṛṣṭi-śakti-nipāta, ovvero discesa della Grazia per mezzo dello sguardo, uno dei 7 metodi che un siddha adopera per accendere la kuṇḍalinī e introdurre il praticante (sādhaka) nel flusso (srotapanna) che lo condurrà a mokṣa.
Ora ci sono da notare alcune cose: la prima preziosissima è che le pratiche con me non sono state d’intralcio a questo evento, cosa per il mio sparuto contributo di grande ispirazione e retribuzione morale; la seconda è che la Grazia (kṛpā) è sempre attiva e non ci sono limiti spazio-temporali, un siddha se vuole ti raggiunge sempre; tre che le pratiche comunque se genuine ti predispongono per la ricezione; infine che, seppur la grazia arriva inaspettatamente e gratuitamente, le pratiche sono parte integrante del processo, la teoria per riparare il vaso (kuṇḍa) che è il corpo e per riconoscere ciò che accade, i mantra per pulirlo ed attrarre la divinità e la meditazione (dhyāna) per fare discendere l’ambrosia celeste (amṛta).
Ecco perché è bene portare avanti contemporaneamente insegnamenti, formule sacre e meditazione. Tutto questo per dire che, anche in un’epoca arida come quella corrente, in cui il riferimento ai Maestri sembra essere scemato, essi continuano la loro opera, continuamente, in barba a ciò che i più superficiali possano pensare.