
Quando Robert Redford firmò per I tre giorni del Condor (1975), stava già cavalcando l’onda del successo di La stangata e Come eravamo, ma questo progetto segnò una svolta netta: un thriller paranoico che parlava direttamente alle ansie politiche dell’America degli anni ’70. Redford era affascinato dall’argomento perché aveva condotto ricerche private sulla crescente influenza della CIA e sui modi in cui le informazioni potevano essere usate come armi. La sceneggiatura, adattata dal romanzo di James Grady, gli diede l’opportunità di fondere il suo potere di star con il suo crescente interesse per il racconto della verità politica. Le riprese non furono prive di intrighi propri. Redford chiese di incontrare ex operativi dei servizi segreti per capire come un uomo comune come il suo personaggio, Joseph Turner, potesse essere trascinato in un mondo oscuro di spionaggio. Ciò che apprese lo turbò. Diversi ex contatti della CIA confermarono che lo scenario del film – un piccolo ufficio spazzato via per coprire segreti – non era affatto inverosimile. Quella conoscenza aggiunse un peso agghiacciante alla performance di Redford, specialmente nelle scene in cui Turner si rende conto di non potersi fidare di nessuno. Uno degli aspetti più duraturi del film è il suo finale, dove il personaggio di Redford consegna segreti governativi al New York Times. Redford insistette che la scena fosse interpretata con un misto di trionfo e disagio. Infatti, l’inquadratura finale – lui che si guarda alle spalle mentre la telecamera indugia – fu una sua idea. Voleva che il pubblico lasciasse il cinema interrogandosi se esporre la verità sia mai veramente sicuro. I tre giorni del Condor non solo consolidarono Redford come protagonista pensante, ma prefigurarono anche il suo ruolo nella vita reale di sostenitore del giornalismo indipendente e della responsabilità politica. Sfocò il confine tra finzione e le convinzioni di Redford, rendendo la paranoia degli anni ’70 fin troppo reale