
EPSTEIN, ROTHSCHILD E IL GIOCO DEL “NON SAPEVO”
Nel 2008 Jeffrey Epstein viene condannato per traffico di minorenni. Non un pettegolezzo. Una condanna.
Eppure dal 2013 al 2019 continua a frequentare le élite globali. Tra queste, rapporti documentati con Ariane de Rothschild, amministratrice delegata di Edmond de Rothschild Group. Incontri, soggiorni, consulenze, relazioni professionali.
Secondo le ricostruzioni, flussi milionari.
Poi scoppia il caso.
E parte il copione.
“Non sapevo.”
“Era solo un conoscente.”
“Condanniamo fermamente.”
Davvero?
Una delle più sofisticate banche private al mondo controlla patrimoni con lo scanner fiscale al millimetro… ma non controlla il passato giudiziario di un consulente già condannato per sfruttamento di minori?
Nel 2015 la banca paga 45 milioni di dollari in un accordo con il Dipartimento di Giustizia USA per vicende fiscali. Intanto documenti federali parlano di trasferimenti sospetti su scala internazionale legati a Epstein.
Coincidenze?
Possibile.
Ma il punto non è solo giuridico. È morale.
Perché il vero scandalo non è che Epstein avesse soldi.
È che dopo una condanna continuasse ad avere porte aperte.
Il sistema che “non vede, non sente, non parla” finché il denaro scorre è lo stesso che poi si scopre improvvisamente scandalizzato.
Il lettore tragga le proprie conclusioni.
Io una domanda la lascio lì, semplice:
Se un insegnante condannato per reati su minori potesse tornare a frequentare scuole private di lusso con lo stesso curriculum… parleremmo ancora di “non sapevo”?
Quando il potere sbaglia, non è mai un errore.
È una scelta di convenienza.