
65 a.C., montagne del Ponto. Le legioni di Pompeo Magno inseguono il re Mitridate VI attraverso le aspre vette del Mar Nero. Soldati temprati, ma affamati dopo marce estenuanti. Trovano anfore di argilla colme di miele dorato, apparentemente abbandonate. Un dono degli dèi.
Era una trappola mortale.
L’arma chimica
Quel “miele pazzo” (mad honey) proveniva dai fiori di rododendro della regione. Il nettare contiene grayanotossine, potenti neurotossine che paralizzano il sistema nervoso. Nel giro di poche ore, oltre 1.000 legionari si contorcevano a terra: vomito, vertigini, allucinazioni, collasso cardiovascolare. Completamente indifesi.
La tattica del re Mitridate VI — che aveva passato la vita studiando tossine e sviluppando immunità ai veleni — sapeva esattamente cosa sarebbe accaduto. Le sue truppe attendevano sulle colline. Quando i Romani furono ridotti a statue tremanti, l’esercito del Ponto scese e li massacrò senza combattere.
Uno dei primi esempi documentati di guerra chimica nella storia militare.
Non era una novità
Secoli prima, Senofonte nell’Anabasi aveva già descritto soldati greci caduti vittime dello stesso miele tossico durante la ritirata dal Ponto. Le popolazioni locali conoscevano perfettamente gli effetti. Gli invasori, no.
La lezione
La dolcezza può nascondere la morte. E la conoscenza del territorio — in questo caso, della flora tossica — può sconfiggere eserciti apparentemente invincibili.
Mitridate non vinse con la forza, ma con la scienza del veleno.