
Servirà forse qualche giorno per conoscere il definitivo nome del successore di Ali Khamenei, ma se dovesse essere l’Ayatollah Ali Arafi, che al momento ricopre l’interim, per Trump e Netanyahu si tratterebbe di pessimo guadagno. Con una formazione dottrinale assai più rigida rispetto al martirizzato predecessore, che al suo cospetto appariva quasi un pragmatico, Arafi non sarebbe certo il miglior interlocutore a cui appellarsi per una de-escalation che di questo passo Stati Uniti ed Israele dovranno pur chiedere, anche per le pressioni dei paesi della regione, e presto pure dei mercati.
La situazione regionale vede infatti un costante peggioramento per Stati Uniti ed Israele che, più passa il tempo, più dimostrano, come già visto in altre occasioni, d’aver sottovalutato i loro avversari. Nelle loro previsioni, compiendo una serie d’interventi mirati (le scorte di munizioni erano pur sempre già in partenza limitate) si sarebbe potuto indurre l’Iran ad accettare un accordo vicino alle iniziali richieste americane: ovvero rinunciare non solo al nucleare, ma pure al programma missilistico e ai legami con gli alleati sciiti locali, ecc, e magari prepararsi ad un sostanziale “regime change”. Invece l’Iran ha reagito fin dal primo giorno in modo spropositato rispetto ai loro piani, per poi ulteriormente aumentare col passare delle ore il livello della sua risposta militare.
Questa reazione non appare affatto istintiva, ma al contrario molto ben calcolata e premeditata. L’uccisione di Khamenei non influisce massicciamente su un’agenda già sviluppata con cura negli scorsi mesi, già dalla fine della Guerra dei Dodici Giorni, e comporta una rappresaglia accelerata che è facilitata dai risultati conseguiti sin dal primo giorno. Colpendo le basi americane nella regione, oltre alle cellule nel Kurdistan iracheno, l’Iran ha neutralizzato le stazioni radar e di rilevamento d’emergenza, così accecando gli Stati Uniti nella regione; e a questo punto può agire sugli obiettivi nel Golfo e nel resto della regione, Israele per prima, con molta più facilità. I porti di Haifa in Israele, di Jebel Ali a Dubai (EAU), di Mina Salman in Bahrein e di Duqm in Oman non sono obiettivi casuali. Il primo garantisce l’approvvigionamento energetico di Israele, il secondo il 60% delle importazioni degli EAU, il terzo è sede della V Flotta e centro di comando per tutte le operazioni nel Golfo, nel Mar Rosso e nel Mar Arabico, il quarto infine rappresenta il progetto dell’Oman di diversificarsi economicamente dal petrolio.
In termini semplici, significa che se gli Stati Uniti attaccano l’Iran per satellizzarlo politicamente ed economicamente, e cancellarlo dalla lista delle “minacce militari” ad Israele, Teheran risponde con la guerra economica, aggredendo in modo mirato le infrastrutture portuali e le catene d’approvvigionamento (energetico e non) che coincidono con la loro proiezione di potenza sull’intera regione. E’ ben più di una semplice chiusura di Hormuz, sin qui attuata solo a fasi, perché il rischio che va a gravare su tali infrastrutture porta gli assicuratori ad aumentare i premi per i rischi di guerra, alla paralisi degli investimenti sui porti colpiti, al taglio delle previsioni per la movimentazione di container, alla sottoscrizione da parte delle compagnie navali e petrolifere di altre polizze aggiuntive, ecc. Per i mercati, colpire quelle infrastrutture o renderle finanziariamente meno sicure è una brutta novità; e così lo è per l’Amministrazione Trump, che guarda alle elezioni di medio termine di novembre e non può permettersi livelli dei costi energetici e dell’inflazione poco graditi all’elettorato.
Nessun missile viene dunque lanciato a casaccio. Vale anche per le aree alberghiere e residenziali di Dubai ed Abu Dhabi colpite, non solo perché abitate da molto personale legato alle basi americane locali e all’intelligence israeliano, ma anche perché sfatare il mito della sicurezza degli EAU, “paradiso in terra”, significa metterne in fuga i tanti investitori occidentali ed asiatici che vi risiedono, col risultato che molti di loro non tornano più. I paradisi finanziari e fiscali hanno bisogno di sicurezza per esser tali, non meno di quelli portuali; e nel Golfo gli EAU sono il primo in assoluto, essenziali per la macchina economica americana ed israeliana. Tutto questo avviene mentre Israele vede piovere su di sé ondate di missili ad un ritmo intensificato rispetto alla Guerra dei Dodici Giorni, e con molta più efficacia nel saturarne le difese aeree e bruciarne gli intercettori. Di questo passo, per Stati Uniti ed Israele la situazione sarà insostenibile molto prima dei “dodici” giorni. E’ a quel punto che presumibilmente altri grandi attori globali, solidali a Teheran e per il momento solo in apparenza dietro le quinte, interverranno favorendo una cessate-il-fuoco, e una de-escalation.