
Antonella mi ha invitato a cena fuori. Già questo dovrebbe mettermi in allerta: quando Antonella invita, non è mai per qualcosa di semplice. Lei non conosce il concetto di “pizza e birra”. Lei vive in un universo parallelo dove ogni uscita deve essere un evento, un’esperienza, un “viaggio sensoriale”. Io, invece, vivo in un universo dove il mio conto in banca piange.
Arriviamo davanti al locale. È uno di quei posti che hanno un nome incomprensibile, tipo “ØRIG1N”, con la “O” barrata e il numero al posto della “I”. Già da fuori capisco che non mangerò. O meglio: capisco che mangerò poco e male.
Entriamo. Il cameriere ci accoglie con un sorriso che sembra dire: “Benvenuti nel posto dove pagherete troppo per restare affamati”. Antonella è entusiasta. Io no, ma faccio buon viso a cattivo gioco. Per ora.
Ci sediamo. Il tavolo è minuscolo, la luce è fioca, e il menù è scritto in un font così sottile che devo allungare il braccio per leggerlo. Antonella ordina con la sicurezza di chi ha studiato il menù online per tre giorni. Io annuisco, sperando che almeno uno dei piatti contenga qualcosa che riconosco come cibo.
Arriva la prima portata. Un piatto enorme, bianco, vuoto… con al centro una cosa che sembra un errore. Antonella esclama: «Guarda che bello! È minimal!» Io penso: “È vuoto”.
La seconda portata è quella che mi spezza. Il cameriere posa davanti a me un piatto con scritto: “Fragole amare su letto di alghe della Patagonia”. Lo guarda come se fosse un’opera d’arte. Io lo guardo come se fosse un insulto personale.
Assaggio. È amaro. È salato. È triste. È tutto quello che non dovrebbe essere una cena.
E allora mi scappa. Non ce la faccio più.
«Senti, Anto… ma un piatto di fettuccine, no? Cioè… una cosa normale. Una cosa che si mastica. Una cosa che nutre.»
Lei si irrigidisce. Mi guarda come se avessi bestemmiato nel tempio della Nouvelle Cuisine.
«Cristiano, sei il solito. Non capisci niente di cucina contemporanea.»
«No, Anto, io capisco benissimo. Capisco che sto pagando per soffrire.»
Lei sbuffa. Io sbuffo. Il cameriere si avvicina, preoccupato.
«Tutto bene qui?» Chiede con quella voce da manuale del perfetto cameriere zen.
Antonella esplode: «Si faccia i cavoli suoi, grazie.»
Io vorrei sprofondare. Il cameriere si irrigidisce come una guardia svizzera. La gente ai tavoli vicini si gira. Io penso che forse avrei dovuto fingere un malore all’ingresso.
Antonella continua: «È sempre così! Cristiano non apprezza niente! È rimasto alle trattorie!»
«E tu sei rimasta ai piatti invisibili!» Le rispondo, ormai lanciato.
La discussione sale di tono. Lei parla di “esperienza sensoriale”, io parlo di “carboidrati”. Lei parla di “ricerca culinaria”, io parlo di “porzioni da ospedale”. Lei parla di “raffinatezza”, io parlo di “fame”.
Il cameriere torna, questa volta con un collega più grosso. Forse pensano che stiamo per lanciarci addosso le alghe della Patagonia.
«Signori, vi prego di mantenere un tono adeguato…»
Antonella lo fulmina: «Ho detto di farsi i cavoli suoi!»
Io mi alzo. Non per andarmene, ma perché ho bisogno di respirare. E anche perché la sedia è talmente scomoda che mi sta entrando nella spina dorsale.
«Anto, senti… io ti voglio bene, eh. Ma questa non è una cena. È un attentato alla mia dignità alimentare.»
Lei mi guarda come se fossi un troglodita. Io la guardo come se fosse un alieno. Il cameriere ci guarda come se volesse chiamare la polizia.
E in tutto questo, l’unica cosa che penso è: “Cinzia non mi avrebbe mai portato qui.”
Io e Antonella siamo fermi lì, in mezzo al locale, come due attori che hanno dimenticato la battuta. Lei è rossa in faccia, io sono affamato, il cameriere è traumatizzato. E intorno a noi, un silenzio che sembra dire: “Ecco, lo sapevamo che finiva così”.
Antonella prende la borsetta con un gesto teatrale, di quelli che fanno volare via l’aria. «Io me ne vado.» Lo dice come se stesse annunciando la fine di un matrimonio durato vent’anni. In realtà sono passate quarantacinque minuti dall’antipasto.
Io la guardo. Lei mi guarda. Il cameriere guarda entrambi, probabilmente valutando se chiamare la sicurezza o un esorcista.
«Anto, aspetta…» Provo a dirlo con calma, ma mi esce la voce di uno che ha appena perso la guerra e pure la cena.
Lei non aspetta. Si gira sui tacchi — tacchi altissimi, che fanno un rumore tipo “vendetta” — e se ne va verso l’uscita. Il cameriere la segue con lo sguardo, poi torna su di me come se fossi il responsabile di tutto il male del mondo.
«Signore… il conto?» Lo dice con quella voce neutra che però significa: “Paga e sparisci”.
Io annuisco. Certo che pago. Pago per le fragole amare, pago per le alghe della Patagonia, pago per la dignità perduta. Pago anche per la scenata, immagino.
Il conto arriva. Lo apro. Lo richiudo. Lo riapro, perché spero di aver letto male. No, non ho letto male. È una cifra che potrebbe finanziare una piccola rivoluzione.
Pago. Con la morte nel cuore e nel portafoglio.
Esco dal locale. Fuori c’è Antonella, appoggiata al muro come una diva del neorealismo che aspetta il tram. Mi guarda con quell’aria da “non parliamone più, ma parliamone per sempre”.
«Allora?» Chiede.
«Allora niente. Ho pagato.» Rispondo.
Lei sospira. «Cristiano, sei impossibile.»
«Lo so.» E lo dico con una certa fierezza, perché almeno una cosa nella vita la faccio bene: essere impossibile.
Camminiamo in silenzio per qualche metro. Poi lei, con la naturalezza di chi non ha appena scatenato un incidente diplomatico, dice: «Comunque… io ho ancora fame.»
Io mi fermo. La guardo. Lei mi guarda.
«Anto…» «Che c’è?» «Andiamo a farci un panino con la porchetta.» «Cristiano, sei volgare.» «Sì. Ma almeno mangiamo.»
Lei ci pensa. Ci pensa davvero. Poi, con un mezzo sorriso che non vuole farmi vedere, dice: «Va bene. Ma solo se la porchetta è calda.»
E così, dopo aver devastato un ristorante di alta cucina, ci ritroviamo davanti a un chiosco illuminato al neon, con un signore che ci chiede: «Con o senza salsa?»
Io guardo Antonella. Lei guarda me. E per la prima volta in tutta la serata, siamo d’accordo.
«Con tutto.» Rispondiamo insieme.
E mentre addento il panino, caldo, enorme, vero, penso che forse la vita è proprio questa: un disastro annunciato che finisce con la porchetta.