
A trentaquattro anni era sdraiato sul fondo di una piscina vuota a Malibu, nascosto come un uomo che non ha più vie di fuga.
Non era una scena di un film.
Era la vita reale di Robert Downey Jr.
Fuori, nella notte californiana del 1996, le sirene della polizia illuminavano le ville di Malibu. Dentro quella piscina asciutta, lui tremava, ubriaco e stremato, mentre l’odore dell’alcol e della paura si mescolava all’aria fredda del cemento.
Pochi minuti dopo lo trovarono.
Quando gli agenti lo ammanettarono, guardò uno di loro negli occhi e fece una sola domanda:
se potesse vedere suo figlio prima di essere portato via.
La risposta fu no.
Quella notte finì in una cella della prigione di Corcoran, in California.
Seduto su una branda dura, capì qualcosa che fino a quel momento aveva evitato di vedere: la sua vita stava crollando lentamente da anni.
Negli anni Ottanta era stato una promessa straordinaria di Hollywood.
Film, premi, recensioni entusiaste.
Poi erano arrivate le droghe.
Arresti, riabilitazioni fallite, ricadute.
Le case di produzione avevano iniziato a chiudergli le porte. Nei documenti delle assicurazioni appariva una parola devastante: non assicurabile.
Significava una cosa sola.
Nessuno voleva più lavorare con lui.
In prigione ricevette anche la visita di suo padre, il regista Robert Downey Sr., l’uomo che anni prima lo aveva introdotto troppo presto al mondo delle droghe.
Seduti uno di fronte all’altro, separati da un vetro, il padre lo guardò a lungo.
Poi disse con calma:
«Figliolo… temo che per te sia finita.»
Per un momento Robert credette davvero che fosse così.
Ma nelle lunghe notti della cella, mentre il carcere cadeva nel silenzio, qualcosa iniziò a cambiare. Non fu una rivelazione improvvisa. Piuttosto una voce sottile, quasi dimenticata.
La voce del ragazzo che era stato prima della fama e della distruzione.
Quando uscì dal carcere non aveva quasi nulla.
Niente grandi ruoli, niente contratti, pochissimi amici.
Ricominciò da zero.
Accettò ruoli minuscoli.
Lavorò ovunque potesse restare pulito e pagare le bollette.
Passarono anni lenti, difficili, pieni di tentazioni.
Poi, nel 2007, arrivò un copione.
La storia parlava di un miliardario geniale che costruisce un’armatura di metallo.
Il personaggio si chiamava Tony Stark.
Quel film era Iron Man, e avrebbe cambiato non solo la sua carriera, ma l’intera storia del cinema supereroistico.
Da uomo considerato finito, Robert Downey Jr. diventò il volto principale del nuovo universo cinematografico della Marvel Studios.
Anni dopo, sul suo scaffale comparve anche una statuetta dorata: l’Oscar vinto per Oppenheimer.
A volte la tiene in mano e pensa a quelle manette strette ai polsi in una notte di Malibu.
Pesano quasi allo stesso modo.
La differenza è che una ti ricorda quanto puoi cadere.
L’altra quanto lontano puoi tornare, se trovi il coraggio di risalire.