
Sono arrivata prima io. Non per ansia, ma per abitudine: mi piace scegliere il tavolo, osservare la stanza, capire l’aria che tira. Il bar era uno di quelli anonimi, perfetti: luci calde, odore di caffè stanco, due pensionati che litigavano sul giornale, una cameriera che sembrava vivere in un universo parallelo. Un luogo neutro, appunto. Un posto dove nessuno ti chiede niente.
Cinzia entra dieci minuti dopo, con il passo di chi ha già deciso cosa deve dire. La conosco: quando cammina così, non c’è spazio per le sfumature.
«Allora?» le faccio, appena si siede. «Allora niente. È venuto da me.» «Chi?» «Federico.»
Mi si gela la schiena, ma non lo do a vedere. Prendo la tazzina, la ruoto tra le dita. «E cosa voleva?» «Indovina.»
Sospiro. «No, dai. Non dirmi che…» «Che voleva che intercedessi? Sì. Proprio così. Ha usato quella parola. Sembrava un pellegrino davanti a una reliquia.»
Mi scappa un mezzo sorriso, amaro. «È incredibile.» «È disperato.» «È manipolatore.» «È entrambe le cose. Ma oggi più la prima.»
La guardo negli occhi. Cinzia non è una che esagera. Se dice “disperato”, vuol dire che Federico era davvero a pezzi.
«Ha pianto, Antonella. Ma pianto vero. Quello che fa rumore.»
Mi si stringe qualcosa dentro, ma non è nostalgia. È fastidio. È stanchezza. È quella sensazione di essere tirata dentro un dramma che non ho scritto io.
«E tu cosa gli hai detto?» «La verità.» «Cioè?» «Che l’amore non si comanda. Che non sei un rubinetto. Che non posso convincerti ad amare qualcuno solo perché lui lo desidera.»
Annuisco. «Bravo lui a provarci, comunque.» «Sì, ma non è così che funziona. E gliel’ho detto.»
Mi appoggio allo schienale. Il bar è pieno di rumori piccoli: cucchiaini, sedie, un bambino che ride, un uomo che tossisce. Tutto normale. Tutto lontano.
«Antonella, ascolta.» La voce di Cinzia cambia tono. Diventa più morbida, ma non meno ferma. «Lui ti ama ancora. Questo è evidente. Ma non è un tuo problema.»
«Lo so.» «E non devi sentirti in colpa.» «Non mi sento in colpa.» «Bene. Perché non ne hai motivo.»
Rimango in silenzio. Non perché non sappia cosa dire, ma perché sto scegliendo le parole. E quando finalmente le trovo, sono semplici.
«Io non lo amo più, Cinzia. È finita. E non voglio tornare indietro.»
Lei annuisce, come se aspettasse proprio quella frase.
«Gliel’ho detto, sai?» «Cosa?» «Che le cose accadono o non accadono. E che con te, adesso, non accadono più.»
Mi viene da ridere. Un riso breve, quasi elegante.
«E lui?» «Ha incassato. Male. Ma ha incassato.»
Mi porto la tazzina alle labbra. Il caffè è freddo. Ma va bene così.
«Grazie, Cinzia.» «Di niente.» «No, davvero. Grazie per averlo affrontato tu.» «Qualcuno doveva farlo. E tu avevi diritto a un po’ di pace.»
La guardo. E per un attimo, in quel bar neutro, con il rumore dei cucchiaini e la vita che scorre senza chiedere permesso, mi sento leggera.
«E adesso?» le chiedo. «Adesso niente. Lui soffrirà. Tu vivrai. E il mondo andrà avanti.»
«Così semplice?» «Così semplice.»
E per la prima volta da mesi, le credo.
L’ho trovato fuori dal bar, appoggiato al muro come se fosse lui a reggere l’edificio. Sigaretta accesa, occhiali da sole anche se era nuvolo, quell’aria da “so già tutto e non mi stupisce niente”. Criss è così: un osservatore professionista del disastro umano.
«Allora?» mi fa, senza nemmeno salutare. «Allora niente. Ho parlato con Antonella.» «E il piagnisteo di Federico?» «Notevole. Da manuale.» «Quanto notevole?» «Ha pianto come se gli avessero sfrattato l’anima.»
Criss ride. Un mezzo colpo di tosse, un mezzo giudizio universale.
«Federico che piange… questa me la segno. È come vedere un pitbull che tenta di fare le fusa.»
«Non essere cattivo.» «Io? Io sono realista. È lui che è un personaggio comico e non lo sa.»
Mi passa la sigaretta, gesto automatico. Io non fumo, ma la prendo lo stesso. È un rito, più che un vizio.
«Sai cosa mi ha chiesto?» gli dico. «Illuminami.» «Di intercedere.» «Intercedere?» «Sì.» «Come coi santi?» «Esatto.» «Beh, almeno ha capito il suo livello di disperazione.»
Criss scuote la testa, poi si sistema la giacca come se stesse per pronunciare un verdetto.
«Federico non è cattivo, Cinzia. È solo… strutturalmente inadatto all’amore. È come uno che vuole fare il cardiofrequenzimetro ma è nato tostapane.»
«Criss…» «No, senti. Tu sei troppo buona. Antonella è troppo educata. Io no. Io posso dirlo: Federico non ama. Federico possiede. E quando perde il possesso, va in tilt.»
«Non è proprio così…» «Cinzia, per favore. L’ho visto ieri sera al bar. Parlava di Antonella come uno che ha perso il telecomando. Non la donna: il telecomando. Capisci la differenza?»
Mi viene da ridere, ma è un riso amaro.
«E adesso?» gli chiedo. «Adesso niente. Lui farà la vittima per un po’. Poi farà il filosofo. Poi farà il risentito. È il suo ciclo naturale, come le stagioni.»
«E Antonella?» «Antonella vivrà. Che è la cosa che manda più in crisi gli uomini come lui.»
Rimango in silenzio. Criss butta la sigaretta, la schiaccia con la punta della scarpa, poi mi guarda con quell’espressione che usa solo quando sta per dire la verità nuda.
«Cinzia, ascolta. Tu hai fatto bene. Antonella ha fatto benissimo. E Federico… beh, Federico farà quello che sa fare: confusione.»
«Sei crudele.»
«Sono utile.»
E mentre lo guardo allontanarsi, con quel passo lento da predatore in pensione, mi rendo conto che ha ragione. Criss è sempre crudele. Ma quando serve, è crudele dalla parte giusta.