
Il bar era uno di quei posti che si credono “autentici” solo perché hanno lasciato le sedie spaiate e il bancone un po’ scrostato. A me piaceva per un motivo molto più semplice: il caffè era decente e Cristiano non ci aveva ancora messo le mani sopra con le sue idee di “miglioramento”.
Davide arrivò per primo, con quell’aria da martire laico che gli viene ogni volta che deve parlare di qualcuno che non sia lui. Si sedette, sospirò, e guardò il tavolo come se dovesse confessargli un peccato.
«Ragazzi… Antonella.» Lo disse come si dice “la guerra” o “l’inflazione”.
Cristiano scoppiò a ridere, quella sua risata un po’ troppo forte, un po’ troppo maschia, un po’ troppo “io sono così, prendimi o lasciami”. Io, ovviamente, lo lascerei volentieri, ma non si può avere tutto.
«Che ha combinato stavolta?» chiesi, anche se lo sapevo già.
Antonella non combina mai niente di grave: è proprio questo il problema. È una che non sbaglia abbastanza per essere detestata apertamente, ma non fa abbastanza per essere stimata. Una via di mezzo che irrita più di un difetto vero.
Davide si passò una mano tra i capelli, gesto teatrale numero tre del suo repertorio. «Ha detto che vuole “prendersi del tempo per sé”.» Lo disse con la stessa indignazione con cui un parroco annuncerebbe che il vescovo ha bestemmiato.
Cristiano sbuffò. «Ma che vuol dire? È sempre lì che si prende tempo per sé. È la sua specialità.» Poi si voltò verso di me, come se cercasse conferma. «Dai, Cinzia, dillo tu. Antonella è… come dire…»
«Un concetto astratto.»
«Ecco!» fece lui, felice come un bambino che ha trovato la parola giusta senza trovarla davvero.
Io sorseggiai il mio caffè, che nel frattempo era diventato tiepido come la pazienza che avevo per loro due. «Il problema non è che Antonella si prende del tempo. È che lo fa con quella faccia da martire zen, come se stesse salvando il mondo non facendo nulla.»
Davide annuì, serio. «È vero. E poi quella cosa che fa… come si chiama… quella sua calma…»
«La calma passivo-aggressiva?» suggerii. «Esatto.»
Cristiano si sporse in avanti, abbassando la voce come se stessimo parlando di un traffico di armi. «Io ve lo dico: Antonella non è cattiva. È… irritante. È come una notifica che non puoi eliminare.»
«Una notifica di quelle che dicono “aggiornamento disponibile”, ma tu non vuoi aggiornare niente.» «Brava, Cinzia.»
Io li guardai entrambi. Due uomini adulti che parlavano di Antonella come se fosse un’entità metafisica che li perseguita. E forse, in un certo senso, lo è.
«Comunque,» dissi, «se volete un mio parere, Antonella non fa niente di male. Siete voi che vi aspettate da lei qualcosa che non vi ha mai promesso.» Cristiano fece una smorfia.
«Tipo cosa?»
«Tipo essere diversa da com’è.»
Silenzio. Uno di quei silenzi che fanno più rumore di una discussione.
Poi Davide, con la sua solita aria da filosofo stanco, concluse: «Forse hai ragione. Ma resta il fatto che…»
«…che Antonella è Antonella,» completai io. «E voi due non sapete che farvene.»
Il cameriere ci portò un altro giro di caffè senza che nessuno l’avesse chiesto. Forse aveva intuito che ne avremmo avuto bisogno. O forse era solo stanco di sentirci parlare.
Io, comunque, ero già pronta a cambiare argomento. Perché sparlare di Antonella è come mangiare patatine: inizi per noia, continui per inerzia, finisci per nausea.