
Sono io che trascino Cristiano dentro Porta Portese la domenica mattina, e già questo basterebbe a farmi sentire un criminale. Lui cammina con quell’aria da uomo che ha sbagliato tutto ma non sa ancora dove, mentre io mi muovo come se avessi una missione segreta: trovare qualcosa che non so definire, ma che riconoscerò quando lo vedo. È sempre così, con me.
L’odore arriva prima di tutto: fritto, plastica, libri umidi, lana vecchia, un accenno di incenso tibetano che non ha mai visto il Tibet. Cristiano si ferma davanti a un banco di vinili e guarda le copertine come se fossero ex fidanzate che gli chiedono spiegazioni. Io invece vado dritto, perché Porta Portese non perdona l’indecisione: se rallenti, ti vendono un tostapane rotto e un cane di ceramica in un unico gesto fluido.
«Davide, guarda questo» dice Cristiano, sollevando un LP di un gruppo prog degli anni ’70. «Cristiano, per favore. Non iniziare. Non siamo qui per comprare musica che non ascolterai mai.» «Io l’ascolto.» «Tu ascolti l’idea di ascoltarla.»
Lui sospira, ma sorride. È il nostro equilibrio: io lo prendo in giro, lui finge di offendersi, poi mi segue. Funziona da anni.
Passiamo davanti a un banco di orologi finti. Il venditore ci guarda come se fossimo due polli pronti per la cottura. Io accelero. Cristiano invece si ferma. «Mi serve un orologio.» «Ti serve una vita nuova, non un orologio.» «Magari l’orologio è un inizio.» «Cristiano, quello è un Rolex che si scioglie se lo guardi male.»
Ripartiamo. La folla ci spinge, ci mescola, ci inghiotte. Io mi sento vivo. Cristiano sembra in gita scolastica contro la sua volontà.
Poi lo vedo: un banco di vecchie macchine fotografiche. Mi fermo di colpo. Cristiano mi tampona. «Che fai» «Shh.»
C’è una Nikon degli anni ’80, nera, graffiata, bellissima. La prendo in mano e sento il peso giusto, quello che ti dice: “Io non tradisco”. Il venditore mi guarda come si guarda uno che ha già deciso. «Funziona?» «Funziona sempre» dice lui, che è la frase più falsa del mercato, ma io voglio crederci.
Cristiano mi osserva come se stessi adottando un cucciolo. «Davide, tu non scatti foto da anni.» «Appunto.» «Appunto cosa» «Appunto che è ora di ricominciare.»
Lui annuisce, lento, come quando capisce che non può salvarmi da me stesso. Poi fa una cosa che non mi aspetto: tira fuori il portafoglio. «La prendo io.» «Cristiano, no.» «Sì. Consideralo un investimento nella tua salute mentale.» «Non è così grave.» «Davide, tu hai appena parlato con una Nikon come se fosse un cane. È grave.»
Pago io, ovviamente. Ma il gesto resta. E mi fa bene.
Riprendiamo a camminare. Io con la Nikon al collo, lui con un sacchetto di vinili che non voleva comprare ma che ha comprato lo stesso, perché Cristiano è così: resiste a tutto tranne che alle tentazioni inutili.
Usciamo dal mercato e ci fermiamo sul ponte. Roma è grigia, ma di quella grigia bellezza che ti fa venire voglia di restare. Cristiano si appoggia alla balaustra. «Davide, perché ti piace così tanto questo posto» «Perché qui tutto è rotto, ma nessuno finge che non lo sia.» «E questo ti rassicura» «Sì. Mi fa sentire normale.»
Cristiano ride piano. «Allora torniamoci più spesso.» «Sì. Ma la prossima volta guido io.» «Perché» «Perché tu parcheggi come se odiassi la geometria.»
Lui scuote la testa. Io scatto una foto. La prima dopo anni. Viene mossa, storta, sbagliata. Perfetta.