
Io entro al supermercato con l’idea di comprare due cose. Due. Lo dico anche a voce bassa, come un mantra: «Due cose, Criss. Due.» Perché so come funziona: entri per il latte e ne esci con un carrello che sembra la spesa di una famiglia di otto persone.
Prendo un cestino. Errore numero uno. Il cestino è l’anticamera del carrello.
Mi avvio verso il reparto frutta quando sento una voce alle mie spalle.
«Oh, ma guarda chi c’è.»
Mi giro. Barbara. Ovviamente. Perché il destino ha un senso dell’umorismo tutto suo.
«Ciao», dico. «Ciao. Che fai qui?»
«Compro due cose.»
«Due.» «Sì.»
«Vediamo se ci riesci.» «Perché questa sfiducia?»
«Perché ti conosco.»
Ha ragione. Ma non glielo dico.
Camminiamo insieme verso gli scaffali. Lei prende cose sensate: pasta, pomodori, detersivo. Io prendo cose che non ricordo di aver deciso: biscotti, olive, una confezione di pile, un deodorante che non userò mai.
«Cristiano, quello non ti serve.»
«Non lo so. Forse sì.»
«È un annaffiatoio.» «Appunto.»
«Non hai piante.» «Ma potrei averle.»
«Cristiano…» «Ok, lo rimetto.»
Stiamo ridendo quando una voce squillante ci interrompe.
«Aho, belli, se vi serve un carrello ve lo porto io.»
È la cassiera. Sabrina. Quarantacinque anni, romana verace, occhi che vedono tutto, lingua che non risparmia nessuno.
«Ciao Sabrina» dice Barbara. «Ciao bella. E tu?» Mi guarda.
«Che combini?» «Due cose.»
«Sì, come no. Te conosco, eh.»
Barbara ride. Io no.
Stiamo per andare verso le casse quando succede. Il destino decide di alzare la posta.
«CRISTIANO!»
Mi immobilizzo. Barbara pure. Sabrina si sistema gli occhiali come se stesse per godersi uno spettacolo.
Arriva Giulio. Con passo veloce. Occhi spalancati. Cestino pieno di cose che non hanno nessuna relazione tra loro: un pacco di riso, un detersivo per pavimenti, un peluche a forma di rana.
«Cristiano! Meno male che ti trovo!» «Giulio… ciao.»
«Ciao Barbara» dice, senza guardarla davvero. «Ciao Giulio» risponde lei, con quel tono da “ho pazienza, ma non infinita”.
«Che succede?» chiedo. Errore numero due: non bisogna mai chiedere a Giulio “che succede”.
«È successa una cosa gravissima!» Barbara sospira. Sabrina si appoggia al banco come se stesse aprendo un sacchetto di popcorn.
«Non trovo più il mio portafoglio!» «Ah», faccio io.
«Non dire “ah”! È grave!»
«Dove l’hai visto l’ultima volta?» «Qui.»
«E quindi…» «Quindi qualcuno l’ha preso!» «Giulio, non è detto.»
«Cristiano, questo supermercato è un luogo ad alta densità di sospetti.»
«È un supermercato.» «Appunto.»
Barbara interviene. «Giulio, magari l’hai lasciato a casa.»
«Impossibile.»
«Perché?» «Perché ho controllato.»
«Quando?» «Prima di uscire.»
«E quindi?» «E quindi non c’era.»
«Giulio…» «Barbara, non minimizzare!»
Sabrina si avvicina. «A bello, famme capì: te sei entrato senza portafoglio e mo’ te l’hanno rubato?»
«Esatto!» «E come paghi?»
«Non lo so!» «Ah, vabbè, allora è tutto chiaro.»
Io cerco di mantenere la calma. «Giulio, respira.»
«Sto respirando!» «Respira meglio.»
«Non ci riesco!»
Barbara mi guarda. Io la guardo. Sabrina ci guarda entrambi.
«Cristiano» dice Barbara. «Digli qualcosa.»
«Giulio…» «Sì?»
«Hai controllato le tasche?» «Ovviamente!»
«Controllale di nuovo.» «È inutile.» «Giulio.»
«Va bene.»
Infila la mano nella tasca del giubbotto. Si blocca. Tira fuori il portafoglio. Lo guarda come se fosse apparso per magia.
«Era qui.»
«Incredibile» dice Sabrina.
«Impossibile» dice Giulio.
«Inevitabile» dice Barbara.
«Andiamo a pagare» dico io.
Ci avviamo verso le casse. Sabrina ci segue con lo sguardo, scuotendo la testa.
«Aho, siete meglio di una serie TV. Ve lo giuro.»
Barbara ride. Giulio no. Io… non so.
Alla cassa, Sabrina passa i prodotti a uno a uno. Poi guarda me.
«Cristià… quante cose hai preso?»
«Due.»
«Sì, come no.»
Barbara mi dà una gomitata. Giulio sospira di sollievo. Sabrina sorride.
E io penso che sì, forse il supermercato è davvero un teatro. E noi siamo gli attori peggiori possibili.