
Io, barbiere di Via del Tempio, quello con la foto ingiallita di Pertini appesa sopra il lavandino, decido che da oggi taglio solo capelli “coerenti con la realtà”. Non spiego mai cosa intendo, ma i clienti annuiscono con quella prudenza superstiziosa che si riserva ai matti gentili. Il primo a sedersi è un impiegato comunale con la riga di lato e l’aria di chi ha già perso la battaglia contro la vita. Lo osservo come un botanico davanti a una specie in via d’estinzione. — Qui c’è un problema ontologico, — sentenzio, sollevando una ciocca come fosse una prova in tribunale. — Lei vive in contraddizione con la sua pettinatura. L’impiegato, che non ha mai pensato di poter deludere qualcuno con i propri capelli, si irrigidisce. — Io… non lo faccio apposta. — Nessuno lo fa apposta, — rispondo, — ma la realtà sì. La realtà è spietata. Gli faccio un taglio severo, geometrico, quasi punitivo. L’impiegato esce con l’impressione di essere stato rimesso al mondo da un giudice istruttore. Poi arriva una signora elegante, di quelle che parlano come se stessero sempre per lasciare un testamento. — Vorrei un taglio che dica chi sono. Sospirò. — Signora, se il taglio deve dirlo, allora non lo sa. E le faccio un caschetto così sincero che la donna, guardandosi allo specchio, ha un attimo di panico metafisico. Il terzo cliente è un ragazzo con i capelli ricci e l’aria di chi ha letto troppi libri sbagliati. — Voglio qualcosa che mi rappresenti. — Lei non si rappresenta, — rispondo, — lei si interpreta. E gli lascio i ricci intatti, limitandomi a un gesto simbolico con le forbici, come un sacerdote che benedice un condannato. A fine giornata, chiudo la serranda con la soddisfazione di chi ristabilisce un minimo ordine nel caos cosmico. — Domani, — dico tra me, — domani affronto le barbe. Quelle sì che mentono.