
Cristiano arriva trafelato, con quel suo passo da maratoneta pentito, e un cappotto che non gli ho mai visto. «Che è ’sto coso?» gli chiedo, indicando la stoffa grigia che sembra uscita da un film sovietico del ’72.
«È nuovo» dice lui, orgoglioso. «L’ho preso in saldo. È di lana islandese.»
«Sembra di feltro funerario.» «Ma scalda.»
«Anche un forno crematorio scalda.»
Lui ride, come sempre. Cristiano è l’unico uomo che riesce a prendere sul serio qualunque idiozia io dica.
Entro nel bar sotto casa mia con lui. È uno di quei posti che non hanno mai capito se vogliono essere un bar, una pasticceria o un centro sociale. Il bancone è pieno di cornetti, ma il barista ha la faccia di uno che vorrebbe vendere solo amari. «Due caffè» dice Criss, togliendosi il cappotto con un gesto teatrale.
E lì succede. Dal cappotto esce un rumore secco, come di qualcosa che cade. Un tonfo. Poi un altro. Guardo per terra. Due mandarini.
«Criss…» dico lentamente. «Perché hai dei mandarini nel cappotto?»
Lui si china, li raccoglie con aria colpevole. «È che… stamattina ho incontrato mia madre.» «E quindi ti ha imbottito di agrumi?»
«Ha detto che sembro pallido.» «Cristiano, sembri pallido da quando ti conosco.»
«Appunto.»
Bevo il caffè mentre lui sbuccia un mandarino con la stessa concentrazione con cui altri disinnescano ordigni. «Sai che lunedì ho il controllo dal dentista?» dice, come se fosse una notizia epocale.
«E allora?» «Mi ha detto che ho un morso… ambiguo.»
Mi blocco. «Ambiguo?» «Sì. Ha usato proprio quella parola.»
Mi porto una mano alla fronte. «Criss… non è che vai dallo stesso dentista di Sandra?»
Lui sgrana gli occhi. «Perché?» «Lascia stare. È una lunga storia.»
Usciamo dal bar. Fa freddo. Cristiano si rimette il cappotto islandese, che gli arriva quasi alle caviglie. «Sai che ti sta malissimo?» gli dico.
«Lo so» risponde lui, serissimo. «Ma mia madre ha detto che mi dona.»
«E i mandarini?» «Dice che portano fortuna.» Annuisco, rassegnato.
«Criss, guarda che tua madre ti sta trasformando in un pensionato di Reykjavik.»
«Meglio di un disoccupato di Roma.» Non posso dargli torto.
Attraverso la strada con lui. Un autobus passa a tutta velocità, sollevando un vento gelido. Cristiano si stringe nel cappotto. «Vedi?» dice. «Scalda.» «Sì, ma sembri un agente segreto dell’URSS.» «Magari. Almeno avrei uno stipendio.»