
Quando sento bussare alla porta in quel modo — tre colpi veloci, uno più forte, poi un altro come se avesse cambiato idea — capisco subito che non è Davide. Davide bussa come uno che ha paura di disturbare. Questo invece è il bussare di uno che ha paura di essere inseguito.
Apro. E davanti a me c’è Giulio. Sudato. Agitato. Con gli occhi spalancati come se avesse appena visto un UFO atterrare a San Giovanni.
«Barbara! È successa una cosa gravissima!»
«Buonasera anche a te, Giulio.» «Non c’è tempo per le formalità!»
«Immaginavo.»
Entra senza che io lo inviti. Si guarda intorno come se stesse controllando che non ci siano microspie. Poi si gira verso di me, drammatico.
«Non riesco a trovare Alfonso.» «Ah.»
«Non dire “ah”! È grave!»
«Giulio, Alfonso ha settant’anni, non tre. Può essere uscito.»
«È quello che pensavo anch’io. Ma non torna.»
«Da quanto?»
«Da…» Si ferma. Conta sulle dita. «Da due ore e quarantasette minuti.»
Io respiro. Lentamente. Molto lentamente.
«Giulio, due ore non sono una sparizione.»
«Per me sì!» «Per lui no.» «Barbara, non capisci! Ho provato a chiamarlo. Non risponde.»
«Magari ha il telefono in silenzioso.»
«Alfonso non mette mai il telefono in silenzioso. Dice che è una mancanza di rispetto verso il mondo.»
«Sì, questo è vero.»
Giulio si passa una mano tra i capelli, poi sulla fronte, poi sulla tasca del giubbotto. È il suo modo di dire: sto per partire per Marte.
«Barbara… ho delle ipotesi.»
«Immaginavo.»
«Vuoi sentirle?»
«Non credo di avere scelta.»
Si schiarisce la voce. «Ipotesi numero uno: rapimento.»
«Giulio…»
«Aspetta! Non un rapimento qualunque. Un rapimento mirato. Alfonso è un esperto di manoscritti rari. Magari qualcuno voleva costringerlo a decifrare qualcosa.»
«Tipo?»
«Una mappa. Un codice. Un testamento segreto.»
«O la lista della spesa.» «Barbara, per favore, sii seria.»
Io mi siedo. Perché so che sarà lungo.
«Ipotesi numero due: fuga volontaria.»
«Alfonso non fugge da niente.» «Appunto! È sospetto.»
«Giulio…» «Ipotesi numero tre: amnesia.»
«Amnesia.»
«Sì. Ha perso la memoria. Cammina per Roma senza sapere chi è. Magari sta cercando indizi.» «Indizi di cosa?»
«Di sé stesso.»
Io chiudo gli occhi un secondo. Solo un secondo. Ma lui lo nota.
«Non mi credi.»
«Ti credo, Giulio. Credo che tu sia molto… coinvolto.»
«Preoccupato.» «Sì, quello.»
Lui si avvicina. Troppo. Come sempre.
«Barbara, tu conosci Alfonso da anni. Non ti sembra strano che sparisca così?»
«No.» «Come no?!»
«Giulio, Alfonso è uno che esce senza dire niente. Va a prendere un caffè e torna dopo tre ore perché ha incontrato qualcuno. Oppure si perde nei suoi pensieri. Oppure si dimentica l’orologio e pensa che siano le dieci quando sono le quattro.»
«Quindi… non è sparito?» «No.»
«E non è stato rapito?» «Direi di no.»
«E non ha perso la memoria?» «Giulio… no.»
Lui si siede sul divano. Sembra un bambino rimproverato. Mi fa quasi tenerezza. Quasi.
«Barbara… io non voglio sembrare paranoico.» «Giulio, tu sei paranoico.»
«Un po’.» «Molto.» «Ma è perché tengo a lui.» «Lo so.»
Si passa una mano sul viso. Sembra stanco. E per un attimo, uno solo, vedo il Giulio vero: quello che ha bisogno di ordine perché dentro ha un caos che non sa gestire.
«Barbara… e se gli fosse successo davvero qualcosa?» «Giulio, ascoltami.» Mi siedo accanto a lui. «Alfonso è un uomo adulto, intelligente, e molto più furbo di quanto sembri. Non gli succede niente senza che lui lo voglia.»
«Quindi…?» «Quindi starà bene. E tornerà. Magari con una storia assurda da raccontare.»
«Come sempre.» «Esatto.»
Lui inspira. Lunga. Profonda.
«Ok.» «Ti senti meglio?»
«Un po’.» «Vuoi un bicchiere d’acqua?» «Hai qualcosa di più forte?»
«No.» «Allora va bene l’acqua.»
Gli porto l’acqua. La beve come se fosse un antidoto.
Poi, mentre si asciuga la bocca, dice:
«Barbara… se Alfonso non torna entro mezzanotte…»
«Giulio.» «Sì?»
«Torna a casa tua.» «Ma—» «Giulio.» «Ok.»
E proprio in quel momento, come in una commedia mal scritta, il telefono di Giulio vibra.
Lui guarda lo schermo. Sbianca. Poi arrossisce. Poi mi guarda.
«È Alfonso.» «Rispondi.»
«Non so se sono pronto.» «Giulio.»
«Ok.»
Risponde. «Pronto? … Sì… sì… ah… eri al bar… sì… no… non ero preoccupato… cioè… un po’… sì… arrivo.»
Chiude. Mi guarda. «Era al bar.» «Lo immaginavo.» «Ha detto che mi aspettava.» «Vai.» «Barbara?» «Sì?» «Grazie per avermi… tollerato.»
«Di niente. È il mio superpotere.»
E mentre esce, penso che sì, forse lo è davvero.