
Non l’avevo mai visto così. Federico, intendo. Di solito arriva con quell’aria da “so tutto io”, il passo largo, la voce un po’ troppo alta, la sicurezza di chi pensa che il mondo sia un distributore automatico: premi il bottone giusto e ti esce quello che vuoi. Invece oggi no. Oggi è entrato nel mio salotto come un cane bagnato.
«Cinzia… ti prego… devi parlare con lei.»
Io stavo ancora cercando di capire se fosse uno scherzo, un ricatto emotivo o un esperimento sociale. Poi ho visto gli occhi. Rossi. Lucidi. E soprattutto: sinceri. Federico sincero è un evento astronomico, tipo l’allineamento dei pianeti.
«Con chi, scusa?» «Con Antonella.» «Ah.» «Ti prego. Devi intercedere.»
Intercedere. Ha usato proprio quella parola. Io ho fatto un respiro lungo, perché quando uno usa “intercedere” vuol dire che è già in modalità tragedia greca.
«Federico, siediti. E asciugati la faccia, sembri un neonato appena battezzato.»
Si siede. Non si asciuga. Continua a gocciolare.
«Io… io la amo ancora, Cinzia. Non posso farci niente. Ma lei… lei non mi guarda più. Non mi parla. Non mi vuole. E tu sei sua amica. Devi… devi farle capire che…»
«Che cosa? Che dovrebbe amarti perché lo vuoi tu?»
Lui si blocca. Mi guarda come se gli avessi tirato una secchiata d’acqua gelata.
«Io… no… cioè… voglio solo che capisca…»
«Federico, senti me. Non ci si innamora a comando. Non funziona così. Pensa che mondo orribile sarebbe, se bastasse chiedere, o piangere, o insistere. Saremmo tutti ostaggi dei desideri degli altri.»
Lui comincia a tremare. E poi succede: scoppia. Non piange. Scoppia. Un pianto senza dignità, senza freni, senza pudore. Un pianto che fa quasi tenerezza, se non fosse che è anche un po’ ridicolo.
«Io… io non volevo perderla…» «Lo so.» «E non so cosa fare…» «Lo so.» «E tu non mi aiuti…» «No, Federico. Io ti sto aiutando più di quanto credi.»
Si asciuga il naso con la manica. Orrendo. Ma almeno smette di singhiozzare.
«Federico, ascolta. Le cose accadono o non accadono. L’amore non è un rubinetto. Non puoi aprirlo perché hai sete. E non puoi chiuderlo perché ti dà fastidio. Antonella non è un distributore di emozioni. È una persona.»
«Ma io la amo…» «E questo è affar tuo. Non suo.»
Lui rimane zitto. Finalmente. Lo vedo che sta cercando di capire se arrabbiarsi, disperarsi o ringraziarmi. È un momento bellissimo.
«Quindi… tu non parlerai con lei.» «No.» «Perché?» «Perché non serve. E perché sarebbe una mancanza di rispetto verso di lei. E verso di te, se vuoi la verità.»
«Verso di me?» «Sì. Perché tu meriti di essere amato per quello che sei, non perché qualcuno ha fatto lobbying per te.»
Lui abbassa lo sguardo. E per la prima volta da quando lo conosco, sembra un essere umano completo, non un adolescente cresciuto male.
«E allora cosa devo fare?» «Soffrire. Respirare. Aspettare che passi. E smettere di pensare che l’amore sia una questione di volontà.»
«Ma io… io non voglio che passi.» «Lo so. Ma passerà lo stesso.»
Silenzio. Un silenzio pieno, pesante, quasi sacro.
Poi lui si alza. «Grazie, Cinzia.» «Di niente.» «Anche se non hai fatto quello che volevo.» «È questo il bello.»